PROCESSO D’EGITTO

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Tra violazioni dei diritti umani e ricorso alla tortura, è atteso il 25 gennaio il giudizio sui 50 egiziani arrestati durante una festa gay. Lanciamo una mobilitazione per...

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Riprende al Cairo, in Egitto, il processo che vede imputati per “depravazione abituale” 50 omosessuali, dopo l’annullamento della sentenza del 14 novembre 2001 che aveva assolto 27 dei 50 arrestati nella “Queen Nile”. Il giudizio di seconda istanza avverrà il 25 gennaio davanti alla Corte di Giustizia contro il crimine. Il responso del tribunale che esamina il caso sarà inappellabile ed è pertanto necessario risvegliare la ragione delle coscienze che aiuti i gay egiziani a non essere aggrediti e puniti per le loro scelte sessuali. Ricordiamo quanto accaduto.
L’11 maggio 2001 centinaia di poliziotti irrompono nella “Queen Nile”, una discoteca galleggiante sul Nilo, frequentata da gay egiziani e stranieri. Vengono arrestate 55 persone e recluse nella malfamata prigione di Tora al Cairo. Seppure nessuna legge egiziana indichi l’omosessualità come reato gli arrestati vengono accusati di esser causa di disordine sociale e di disobbedienza alla morale islamica. Si tenta anche di affiliarli ad una fantomatica setta religiosa legata a Israele per appesantirne le accuse. In prigione i gay arrestati, vengono fatti oggetto di vessazioni e tormenti da parte degli altri reclusi; il cibo gettato sul pavimento e torturati dalla polizia anche con l’uso del “falaka” – un bastone lungo e grosso.
Il 18 luglio 2001 prende il via il processo davanti a un tribunale speciale antiterrorismo. I principali quotidiani egiziani danno in pasto al pubblico informazioni dettagliate su ogni imputato, mettendo alla gogna anche le loro famiglie. Cinquantadue vengono rinviati a giudizio. Il 14 novembre 2001 la Corte d’Emergenza per la Sicurezza di Stato commina condanne carcerarie fino a 5 anni per 23 imputati e altri 27 vengono assolti. La comunità gay internazionale e quella per i diritti umani scatenano durissime critiche verso l’Egitto che rivela un volto retrivo verso le libertà dei suoi cittadini chiedendo al presidente Mubarak un intervento a favore degli arrestati. Rappresentanti delle ambasciate di alcuni paesi occidentali presenziano alle sedute processuali. Assenti le organizzazioni umanitarie egiziane.
Nel maggio dello scorso anno, sotto una enorme pressione internazionale il presidente Mubarak chiede la revisione dei verdetti tranne per l’ex ingegnere Ibm, Sherif Farahat e Mahmoud il A.; entrambi accusati di disprezzo della religione e sfruttamento dell’Islam per promuovere idee devianti; dispone per gli altri arrestati una seconda istanza di giudizio. Politicamente il presidente egiziano subisce pressioni interne da un gruppo fondamentalista: i Fratelli Musulmani che pare siano legati ad altre organizzazioni terroristiche internazionali che hanno proseliti tra quanti si fanno saltare in aria o decidono stragi di innocenti. L’Egitto, inoltre, è stato da sempre l’ago della bilancia nel terribile e non ancora concluso conflitto arabo-israeliano. Dall’altra, l’economia del Paese è fortemente legata al fiorente mercato del turismo. Nonostante la delicata situazione internazionale, il ministro del turismo El Beltagui, indicava nei mesi scorsi, statistiche ufficiali sul numero consistente dei turisti arabi e stranieri che avevano visitato il Paese. L’Italia è uno dei principali paesi generatori di turismo verso l’Egitto. L’Italia faccia sentire con autorità la sua voce perché si concluda senza condanne il destino dei gay egiziani che hanno pagato con tortura e prigionia una discriminazione per il loro orientamento sessuale. Dopo i fatti della “Queen Nile” le azioni della polizia egiziana contro i gay sono continuate con rastrellamenti e arresti nelle zone di Heliopolis e nelle piramidi; molti siti internet sono stati chiusi e altrettanti stranieri gay accompagnati sul primo aereo e rispediti nei luoghi d’origine. Un velo nero che oscura le bellezze e il caldo sole di quella generosa terra. Le preoccupazioni espresse da Amnesty International e dalle organizzazioni gay stanno trovando coralità anche nel Comitato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite e nel Comitato delle Nazioni Unite contro la tortura. Noi di Gay.it vi invitiamo ad inviare appelli e petizioni al presidente della Repubblica Muhammad Hosni Mubarak, ‘Abedine Palace, Cairo – Egypt; al ministro della Giustizia Mr. Faruq Sayf Al-Nasr, Midan Lazoghly, Cairo – Egypt e al Pubblico Ministero: Counsellor Maher ‘Abd al-Wahid, Dal al-Qadha al-‘Ali Ramses Street, Cairo – Egypt. Dopo la liberazione del giovane Mahmud serve un nuovo e significativo gesto per la libertà dei gay arrestati e per un Egitto libero da fanatismo e repressione sessuale.

di Mario Cirrito

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