La storia di Nicole: miti, sogni e leggende di una prostituta trans italiana

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Quello che le trans non dicono, lo racconta Nicole in un'intervista spietata sul mondo della prostituzione transessuale.

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L’incontro con Nicole è casuale. O forse non del tutto. La cercavo da tempo, ma non sapevo come rintracciarla. Abita, ancora oggi, vicino al mio portone, ma non ricordavo più quale fosse. Era una vita che volevo raccontare la sua storia, il suo passato, il suo presente e soprattutto il suo lavoro. La conosco da tempi non sospetti. Mentre io crescevo, lei era l’ambiguità fatta persona. Era la donna più discussa di tutto il quartiere. Tutti la guardavano, ma sempre a testa bassa. “Non salutarla, perché poi penseranno che sei frocio come lei” mi dicevano i miei compagni di giochi, mentre lei, dal quel balcone al terzo piano, sorrideva a tutti con quella bocca rossa fuoco e con quella sigaretta che profumava di trasgressione. Era il peccato vivente. Oggi dichiara con un certo orgoglio cinquanta anni, anche se, per me, guardandola attentamente, ne ha qualcuno in più. Mentre prendiamo un tè freddo al limone e una birra, in un anonimo bar alle porte di Tor Bella Monaca, mi faccio coraggio e le chiedo se ha voglia di raccontarmi qualche aneddoto sulla sua vita e lei, dall’alto del suo tacco 12, mi racconta tutto quello che nessuno ha mai avuto il coraggio di dire, ad una sola condizione: “Rispetta ogni mia parola e non mettere nessuna foto”.

E’ così essenziale indossare un tacco così alto nel primo pomeriggio?
Quando ero un ragazzino, non facevo altro che sognare d’indossare i tacchi. Oggi che posso, perché non dovrei farlo? Pensa, li metto anche per andare a messa.

A messa?
Non mi sono mai persa un funerale. E troppi ne vedrò ancora.

Parenti?
No, nemici. Li conosco tutti. Ricordo ogni singolo insulto che ho ricevuto e, quando arriva il loro momento, vado a salutarli tutti.

Posso chiederti il perché?
Per ricordare, a chi di dovere, tutto il male che mi hanno fatto.

E una volta salutati, ti senti felice?
No, io mi sento felice solo quando prendo un ormone.

Ne prendi ancora?
Certo. Diane, Progynova, Androcur e Proluton. Invecchierò quando smetterò di prenderli.

Prego?
Noi transessuali siamo come i vampiri che smettono di invecchiare dopo il primo morso. La nostra vita, invece, si ferma al primo ormone ingerito.

Quanti anni hai Nicole?
Cinquanta suonati, ma ben portati.

Sembri felice, o sbaglio?
No, sbagli.

Cosa ti manca?
Mi piacerebbe smettere di lavorare.

Beh, chi non vorrebbe smettere di lavorare?
Si, ma io lavoro da quando ho sedici anni. Mi prostituivo per cinquemila lire. Talvolta anche per molto meno. Gli anni passano e, per quanto posso rimanere giovane, bella e sexy, la voglia è sempre meno.

Non hai mai provato a cercare altro?
No. Sono abituata ad avere tra le mani tanti soldi e non riuscirei mai a sopravvivere con mille euro al mese.

Ti sei mai pentita di aver intrapreso questa carriera?
No, forse avrei potuto puntare al mercato internazionale, ma non mi piace pensare a quello che non sono riuscita a fare.

Come hai iniziato questo lavoro?
Ero un ragazzino, anche se assomigliavo più ad una femminuccia. Ero andato a comprare le sigarette per mia madre. Non le servivano nell’immediato, erano il classico pacchetto di scorta per il giorno dopo. Non avevo orari, era estate e si sa che nei quartieri periferici, d’estate in particolar modo, regna il vagabondaggio. Nel tornare a casa, passai da Viale Palmiro Togliatti, perché era una delle poche strade illuminate, quando ad un tratto mi si accostò una macchina. Era un ragazzo bello, uno dei più belli che io abbia mai incontrato. Mi chiese, dal nulla, quanto volevo. Io rimasi spiazzato. Non sapevo cosa dire, quando poi, un po’ per gioco, un po’ per sfida e un po’ per compiacere il mio ego, risposi dieci. Andammo in una stradina sterrata a Centocelle e facemmo di tutto. Quella fu la mia primissima volta, a pagamento.

Una volta diecimila lire. Oggi?
Oggi dipende. Non sto più per strada. Lavoro solo in casa da quando non ci sono più i miei. Il cachet varia. Venti, trenta euro per un pompino e quaranta, talvolta cinquanta, per tutto.

Poco, direi…
C’è la crisi. Sono pur sempre una ragazza di periferia.

Perché hai abbandonato la strada?
Perché non è più sicura. Una volta si stava meglio. Eravamo tante, ma non come oggi. E’ pieno di trans, o presunte tali, che vengono da ogni parte del mondo e che, tra una prestazione e l’altra, spacciano. Hanno provato più volte a farmi del male, sai? Una volta una mi lanciò una bottiglia di vetro in faccia. Poi, oggi, siamo invase da tutte queste ragazze dell’est.

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