"GAY, IN NOME DI ALLAH"

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Sono omosessuali, arabi e musulmani. Perseguitati nei paesi d'origine, minacciati negli Usa dove vivono. Al Fatiha è la loro organizzazione.

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Perseguitati in patria d’origine perché gay, minacciati nella partia che hanno scelto per vivere perché musulmani. Questa è la difficile condizione dei gay islamici megli Usa. Faisal Alam è fondatore e direttore di Al-Fatiha, un’organizzazione internazionale per gay musulmani.

Alam e l’organizzazione che dirige hanno fortemente condannato gli attacchi terroristici dell’11 settembre ma allo stesso tempo hanno esortato la popolazione gay a non cadere nella trappola di facili stereotipi. "Non dobbiamo permettere alle nostre paure e alla rabbia di prendere il controllo. La religione è stata usata da sempre come mezzo di oppressione contro molte comunità e gruppi, compresa la comunità gay e lesbica. Ma nessuna religione, al suo centro, perora violenza e terrorismo, incluso l’Islam".

Il gruppo Al-Fatiha è presente negli Stati Uniti con sedi a Washington, New York, Atlanta, Los Angeles, San Diego e San Francisco. "Se c’è un gruppo che può capire cosa significhi essere mal rappresentato dai media, questo gruppo è quello di gay e lesbiche. Un motivo in più per stare attenti a non cadere nelle facili definizioni e negli stereotipi che leggiamo sui giornali in questi giorni", avverte Mubarak Dahir, scrittore e membro della National Lesbian & Gay Journalists Association.

Faisal Alam, in un articolo apparso su "New York Blade News", ha duramente accusato i paesi musulmani per l’oppressione che molte minoranze, specialmente la minoranza gay, ancora vi soffrono. "In giugno, un summit storico organizzato dall’ONU sul tema HIV/AIDS, ha visto i paesi islamici guidare la battaglia per escludere l’International Gay & Lesbian Human Rights Commission. Al summit, gli stessi paesi islamici si sono battuti per escludere dalla proclamazione finale la menzione dei gruppi sociali più vulnerabili (tra cui, uomini che hanno sesso con uomini e commercial sex workers)". Faisal Alam fa poi riferimento al famigerato processo contro un gruppo di cinquanta uomini in Egitto, che sta provocando in quel paese una vera e propria caccia alle streghe.

Il mese scorso, Al-Fatiha è venuta a conoscenza di una condanna a morte pronunciata da un’organizzazione estremista islamica contro tutti i gay musulmani, perché considerati apostati.

"E’ responsabilità di ogni musulmano di alzarsi e parlare contro queste ingiustizie. Il tempo di rimanere in silenzio è finito", ammonisce Faisal Alam, coraggiosamente "Non possiamo più far finta di nulla mentre i nostri fratelli e le nostre sorelle nel mondo islamico vengono arrestati, torturati e uccisi semplicemente perché minoranze sessuali". Poi, verso la fine del suo interessante articolo, Faisal ricorda una frase di Martin Luther King Jr. "L’ingiustizia in qualunque parte è una minaccia alla giustizia ovunque". Faisal Alam può essere contattato a: mfaisalalam@yahoo.com

I pregiudizi emergono tuttavia anche su un altro fronte, lasciando i musulmani gay in mezzo al guado. L’attacco terroristico dell’11 settembre ha provocato casi di reazione violenta contro musulmani e arabi (o persone che sembrano musulmani o arabi). Già subito dopo l’attacco, il presidente degli Stati Uniti George W. Bush si è recato al Centro Islamico di Washington per condannare questa reazione violenta, definendola "la parte peggiore dell’America". Il poeta Ifti Nasim, che vive negli Stati Uniti da 31 anni e ha fondato la South Asian Gay, Lesbian, Bisexual & Transgender Organization and Support Group a Chicago, è stato assalito verbalmente, insultato e intimato di ritornarsene da dove viene. "I musulmani sono essere umani come chiunque altro e contro il terrorismo e questi nefandi crimini, non importa chi li commette. Noi musulmani siamo parte della società americana. Non si può scegliere i propri genitori, ma possiamo scegliere dove vogliamo vivere. Ed io ho scelto l’America".

Kirsten Kingdon, direttore esecutivo di Parents, Families, & Friends of Lesbian & Gays in Washington è tra coloro che si stanno adoperando affinché stupidi pregiudizi e stereotipi non aggiungano dolore a dolore. "Questo è il tempo per tutti noi, e specialmente per quelli tra noi che conoscono la pena inflitta a causa di ingiusti e inaccurati stereotipi, di essere consapevoli della paura e del dolore che vivono coloro che sono ingiustamente stereotipati".

di Gabriele Zamparini

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