Raoul Bova e Vanity Fair: campagna a favore delle coppie gay

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Sul numero in edicola oggi, la rivista lancia una petizione diretta al Ministro Fornero perché porti al governo la questione delle coppie gay. Molte le firme già raccolte....

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Ragazzi picchiati per le strade per il solo fatto di essere gay, la politica che continua a negare diritti, mentre la Cassazione e l’Unione Europea si pronuciano in linea con quanto già accaduto praticamente in tutti i paesi europei (Italia e Grecia escluse). Che succede in Italia? La politica che continua a negare diritti alle persone lgbt è davvero lo specchio del Paese o oltre agli omofobi picchiatori c’è anche un’altra Italia, aperta, inclusiva e pronta a riconoscere le coppie gay?

Per rispondere a questa domanda, Vanity Fair pubblica nel numero in edicola oggi una lettera al ministro con delega alle Pari Opportunità Elsa Fornero con la quale si chiede "di portare all’attenzione del governo il problema della disparità tra le coppie conviventi, a seconda dell’orientamento sessuale". La lettera porta firme di testimonial prestigiosi in calce: Alessandro Benetton, Raoul Bova, Don Luigi Ciotti, Paola Concia, Geppi Cucciari, Milena Gabanelli, Marco Materazzi, Mina, La Pina, Roberto Saviano, Francesco Vezzoli. Tutti, però, possono firmare la petizione direttamente dal sito della rivista dove si può leggere il testo intgrale della lettera, mentre se siete utenti di Twitter, l’hashtag per la petizione è #nocoppiediserieB.

Il testimonial della campagna lanciata da Vanity Fair è Raoul Bova la cui immagine campeggia sulla copertina della rivista insieme alla scritta "le coppie gay non sono coppie di serie B".«Quarant’anni, sposato dal 2000 con Chiara Giordano, due figli, l’attore è stato scelto per dire che il matrimonio, o comunque l’insieme di garanzie che ne deriva, è un diritto di chiunque scelga di legarsi a un’altra persona, di qualunque sesso sia – fanno sapere da Vanity Fair -. E che questa non è una battaglia dei gay: è una battaglia di tutti».

All’interno, un’intervista a Bova racconta il suo rapporto con l’omosessualità, compreso il suo primo contatto, quando aveva appena sedici anno e capì che il suo migliore amico era innamorato di un ragazzo. «Non cambiò nulla nella mia amicizia per lui e nel bene che gli volevo – racconta l’attore -: troppe le cose che avevamo in comune perché quell’unica differenza avesse importanza». Per Bova, il problema dell’Italia è la sua cultura troppo machista e conservatrice che rende più difficile liberarsi dai luighi comuni e dai pregiudizi.

«Mi hanno aiutato molto i viaggi all’estero e la conoscenza di persone che venivano da culture meno conservatrici e machiste della nostra. Ma sono serviti anche le letture e il cinema – spiega -. E non mi riferisco solo a film che raccontano storie gay, come quelli di Almodóvar. Mi riferisco a qualunque film ti faccia riflettere sulla necessità di permettere a tutti di integrarsi e avere gli stessi diritti. Qualunque film sugli ebrei, gli afroamericani, i diversamente abili. Non è questione di gusti sessuali diversi dai miei, è questione di fratellanza universale e cristiana. Gesù considerava suoi figli anche gli assassini, come si fa a non rispettare un fratello essere umano semplicemente perché è omosessuale?». L’intervista tocca anche la questione del coming out dei vip che per Raoul Bova è un campanello d’allarme.

«Penso che, se ancora c’è chi sente il bisogno di gridarlo al mondo, vuol dire che l’uguaglianza è lontana – dice l’attore -. Io non mi presento dicendo: “Piacere, sono Raoul Bova, eterosessuale”». Nessuna preclusione, infine, sulla possibilità di interpretare un ruolo gay in un prossimo film. «Certo. Non è mai capitata la sceneggiatura giusta – spiega Bova -, ma se arrivasse, perché no?». Non ultima, una domanda sul suo ruolo di padre e l’omosessualità. E se fosse uno dei suoi figli a dirgli "Papà, sono gay"? «Penserei che se ha deciso di parlarne con me, di concedermi la sua fiducia su un aspetto così intimo della sua vita, è segno che, come padre, ho fatto un buon lavoro».

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