RATZINGER E I DIRITTI GAY

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Su cosa si basa l'avversione della gerarchia cattolica contor gli omosessuali? Da un Convegno sul tema, l'intervento del teologo Giovanni Felica Mapelli.

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L’ultima “Nota dottrinale” dal titolo CONSIDERAZIONI CIRCA I PROGETTI DI RICONOSCIMENTO LEGALE DELLE UNIONI TRA PERSONE OMOSESSUALI è l’ultima “mela avvelenata”, per usare una terminologia cara al Patriarcato di Mosca, dell’attuale pontificato in materia di diritti delle persone “non eterosessuali”.
Non già che sul tema il Patriarcato – collaborazionista con i peggiori regimi sovietici da Stalin a Breznev – abbia una considerazione più alta dell’omosessualità, ma soltanto perché questo Patriarcato ha ben individuato il modo subdolo e doppio di insinuarsi dentro le istituzioni operato dal Vaticano per poi tirar fuori il suo volto più feroce e distruttivo.
Infatti la Nota il cui titolo viene equivocato col termine “Lettera di Ratzinger” (l’ha precisato a me direttamente il segretario dello stesso cardinal Ratzinger) è un vero e proprio documento “dottrinale”, cioè è il fulcro del compito che questa Congregazione ha nella Chiesa cattolica, e non ha soltanto rilievo “disciplinare” ed è il più brutale affronto portato ai gay ed alle lesbiche da quando siede sul soglio di Pietro il Papa omofobo della Polonia.
Tratterò qui in breve le linee essenziali del documento: nell’introduzione si fa esplicito riferimento alla “retta ragione”, poiché il messaggio vuol essere “moderato”, e far vedere le ragioni “non religiose” del suo no totale ad “ogni riconoscimento” … questo perché vuol essere il più “estensibile possibile”, cioè ben oltre i soli politici cattolici, ma anche in direzione di coloro che “hanno a cuore il bene comune” e sarebbero “uomini di buona volontà” (definizione giovannea, di Papa Roncalli, ben diversamente intesa).
Si cita la “legge morale naturale” per dire che l’unica relazione possibile “per natura” è quella tra uomo e donna – lo dice lo stesso “buon senso” e la cultura occidentale – stando a Ratzinger e i teologi estensori del testo.
Sarebbe pure interessante scoprire se “la farina” è quella del sacco del cardinale tedesco… oppure di qualcun altro, dato che il linguaggio, lo stile, tutto l’impianto è simile ai precedenti documenti in materia, a partire dalla Lettera sulla cura pastorale delle persone omosessuali del 1986 (Ratzinger era alla guida dell’ex Sant’Uffizio da circa quattro anni essendovi arrivato nel 1981/82).
Forse l’estensore materiale è Ratzinger stesso, che poi fa sottoscrivere “ad occhi quasi chiusi” il suo testo al resto dei membri della Congregazione, sia teologi che cardinali, oppure è fatta a più mani e Ratzinger la ritocca poi alla fine e la porta al Papa per l’approvazione.
In ogni caso si parte da molto lontano, da Genesi, il primo libro biblico, per dire qual è la relazione voluta da Dio: così facendo si fa dell’esegesi simbolico-mitica una esegesi ontologica (cioè si fa dipendere dal racconto biblico della creazione di Adamo ed Eva – che nessun esegeta serio oggi userebbe come fondamento dell’eterosessualità normativa in quanto tale e sacra in quanto tale, poiché la donna, in quel testo non è neppur creata, ma presa da una “costola” dell’uomo, cioè del maschio che è maschio come Dio stesso – l’esclusività del modello eterosessista ).
La donna – non parliamo neppure del gay, né della donna lesbica, non previsti da questo paradigma – ne esce come “escrescenza del maschio”, perché l’uomo non “sia solo”: non ha dignità in quanto tale poiché serve a riempire la solitudine dell’uomo, e se volesse avere – dentro il quadro giudaico-cristiano – una sua autonomia e dignità propria sarebbe in contrasto col Signore, al quale è in qualche modo invisa dal principio e dal signore che è il suo uomo (vedi la frase di Adamo quando Dio lo accusa d’aver mangiato il “frutto dell’albero” che era proibito: “la donna che tu mi hai messo di fianco mi ha fatto fare questo”- e la donna si giustifica addebitando il “male compiuto” al serpente che era la più astuta e malefica delle creature).
Per secoli la Chiesa cattolica – ma non soltanto questa – ha visto nella donna la stessa voce del demonio.
Ma la donna per noi qui è soltanto lo specchio per guardare oltre e cioè verso gli omosessuali, che contrastano col modello maschilista e virilista che emerge da Genesi e poi anche da Paolo e infine dai Padri della Chiesa, fino alla Tradizione e anche al Magistero degli uomini di Chiesa.
I testi citati sono tanti dall’enciclica Veritatis Splendor di Giovanni Paolo II, fino a Tommaso d’Acquino e le sue “Quaestiones”, per ribadire che il “modello unico” senza transigere è quello della complementarietà dei sessi cioè della sacralità matrimoniale perché aperta alla vita e della dualità maschio-femmina, entro la quale si svolge una possibilità di dialogo amoroso e comunionale.
Il matrimonio “è santo”, non l’unione omosessuale che (abominio per gli antichi) contrasta con “la legge morale naturale”.
E’ da secoli – ci stiamo accorgendo – che la Chiesa contrasta coloro che “amandosi” vanno contro la sua legge (intesa come legge divina): è dai tempi dei processi inquisitoriali dei “sodomiti” e delle loro esecuzioni (tra indicibili torture) che essa ha codificato un “odio” simile soltanto a quello riscontrato per gli ebrei, forse oggi superato, nel più atavico sentimento antisemita (vedi Lettera agli Ebrei).
A nulla sono valse le ricerche delle scienze umane che la sua dottrina sorda non vuol nemmeno prendere in considerazione (al contrario delle Chiese della Riforma, che hanno messo in moto un movimento positivo, in evoluzione, che porterà presto anche alle “benedizioni di unioni omosessuali “).
La Chiesa cattolica è dietro le lenti dell'”odio” preconcetto che continua a guardare i gay e le loro relazioni e ad ascoltare le loro richieste di aiuto, di diritti, di cittadinanza…o meglio a “non ascoltare”.
E’ la perentorietà di linguaggio che usa con loro, la stessa durezza delle “pietre che si gettavano ai tempi di Cristo contro gli immorali, per lapidarli, coram populo, cioè dinnanzi a tutti”.
Qui – nell’occidente cristiano – simbolicamente, mentre nei Paesi musulmani integralistici (Iran, Arabia Saudita ecc.) questo accade ancora – di fatto – per applicazione coranica.
Continuando nella lettura del documento:
la parte più pratica del documento è la terza dal titolo ARGOMENTAZIONI RAZIONALI CONTRO IL RICONOSCIMENTO LEGALE DELLE UNIONI OMOSESSUALI : dove si chiede direttamente alla parte politica (non più soltanto i politici cattolici) in nome della “razionalità” di non concedere appoggio alcuno a proposte di legge a favore di riconoscimenti giuridici di conviventi dello stesso sesso.
Poiché il matrimonio rappresenta il modello di stabilità e congruità delle relazioni e in scala anche quello della stabilità sociale: insinuando che una società stabile ed equilibrata non può reggersi su altre “unioni”.
La pretesa di incarnare la “razionalità” da parte di chi – per dogmatica e per simbologia teologica – non è per nulla fondato su base “razionale” è patetico.
Come si fa a vedere l’ultima fonte del diritto di natura in Dio, oggi, dopo gli studi dell’antropologia e dell’etologia?
E pretendere che dalla fonte ultima, per così dire, ne consegua quel “modello unico” eterosessuale monogamo e indissolubile…
Teorizzazioni affascinanti forse del pensiero Aristotelico-Tomista, ma con le scienze umane contemporanee, fanno sorridere poiché se vi è qualcosa di non “stabile” è proprio questo paradigma e per le scienze sessuali è proprio il concetto di “eterosessualità normante ” unica che è andato in frantumi.
Il maschio umano, come ogni maschio animale tende ad una copulazione di per se stessa; è la femmina, nelle varie specie, che cerca di costituire un “nucleo familiare” il più possibile ristretto per la protezione della prole.
Ve ne è traccia anche nella “manualistica morale” che intravedeva nel matrimonio un principio oltre quello della sopravvivenza della specie, che veniva definito come “remedium concupiscentiae” (rimedio della concupiscenza del maschio che vuol copulare con più femmine e lasciare ad esse l’incombenza dell’allevamento della prole).
Dunque tutto il discorso sulla sacralità matrimoniale è un discorso troppo teologicizzato secondo un modello che parte dalla paura del sesso (visto come disordine morale in se stesso) e contrario alla promiscuità, che parte dall’idea che “la castità” è comunque meglio e secondo i Padri (da S. Ambrogio fino ai teologi attuali) anche la “verginità” sta vicina alla perfezione evangelica.
Ma dalla verginità e dalla castità si lancia lo sguardo sulla sessualità e si individua non tanto il legame di comunione e ludicità amorosa, bensì la necessità biologica del procreare e poi la normante differenza sessuale (del maschio e della femmina) come presupposto e conditio sine qua non per avere relazione a livello della corporeità e dei sentimenti.
Ovviamente le persone omosessuali (mistero ancora del perché Dio le abbia mai create e a che scopo…) sono fuori sia dalla “complementarietà sessuale” che dalla “procreazione” – ad intra – cioè nella coppia senza intervento di altri dall’esterno, con azione arbitraria: dunque non hanno sul piano “morale” nessuna plausibilità né sul piano del diritto nessuna possibilità di riconoscimento.
Come è possibile uscire da un vicolo cieco in cui la Chiesa cattolica ha cacciato i gay e le lesbiche?
(E’ la stessa Chiesa che afferma che la sua “volontà di non discriminare i gay non si deve affatto confondere con l’indulgenza di fronte alla richiesta di loro unioni, né verso “atti in alcun modo approvabili”.)
Probabilmente cominciando a ripensare che la teologia tutta è intrisa di soli modelli maschili, (o maschilisti) eterosessuali (o etrerosessisti) e che la voce di chi era – già millenni fa – omosessuale non aveva possibilità di farsi sentire, fin da allora minoritaria e senza diritto.
Sopraffatta dalla voce dei teologi e dei giuristi – da Mosè fino al Nuovo Testamento – (cioè dal Levitico fino alla Lettera ai Romani e ai Corinzi) che non ne prevedevano l’esistenza se non sotto la cifra dell'”abominio” e della “grave perversione”.
Definire ogni atto dell’omosessuale – maschio o femmina – come “attitudine alla perversione” (lasciando perdere le medicalizzazioni o psicoanalizzazioni della omosessualità che dall’800 arbitrariamente la intendono sotto la cifra della malattia) non può che chiamare in causa l’atto stesso del Creatore (di fronte al credente) perché si trovi una “razionale” spiegazione alla creazione di siffatte creature.
Creature che in ogni movimento di affetti e di corporeità sessuali compiono, con le migliori intenzioni, “abominio”.
Se la legge morale naturale prevede altro, perché in essi vi è l’intenzionalità, pregressa ad ogni volontaria deliberazione, a metter in atto azioni incongrue (non relazionali autenticamente, non procreative): cosa è che le spinge a unirsi…la sola lussuria, il solo piacere, il solo fatto edonistico (fisico lo diceva Wojtyla)?…
Ma è proprio l’elemento non riducibile al “mero sesso” (come esclusivo piacere egoistico-narcisistico) che caratterizza le relazioni gay a metter in crisi tutto l’impianto ed il paradigma assoluto del Magistero cattolico.
Un paradigma stretto anche per tutti gli altri non omosessuali, gli stessi eterosessuali: i divorziati-risposati, i single che desiderano figli, i conviventi senza matrimonio, in una parola tutti coloro che non stanno dentro quella “sacralità matrimoniale” (detti: concubini, fornicatori, adulteri, sodomiti, ecc.)
Oggi – secondo la legge morale naturale – starebbero dentro la
giustezza” dei rapporti sociali e familiari soltanto i preti e le monache – nella verginità e castità – e i coniugi indissolubilmente uniti in matrimonio – dentro la loro unione prolifica e comunionale.
Ratzinger pretenderebbe che lo Stato (laico e pluralista) definisca per legge quest’unica giuridicità di relazioni: quella verginale riservata al diritto canonico, quella matrimoniale, unica, per la società civile su base legislativa.
Degli altri lo Stato non dovrebbe punto interessarsi: lasciarli a se stessi e alla mercé degli eventi.
Gli altri – tutti – nel disordine morale, di cui i partner dello stesso sesso sono particolarmente portatori.
E pensare che Cristo non voleva un “Vangelo elitario” per i soli che si ritenevano – come i farisei – giusti agli occhi degli uomini.
Ma da qui si aprirebbe un discorso ben più ampio.

Questa relazione è stata tenuta da Giovanni Felice Mapelli, teologo laico del Centro Studi Teologici di Milano, al Convegno su “Le interpretazioni cattoliche dell’omosessualità in recenti documenti” (“Nota ai politici” e “Lexicon”) tenutosi a Trento il 7 dicembre 2003 – promosso da Arcigay ” 8 Luglio” in collaborazione con “L’Invito”, presenti esponenti di Chiese evangeliche Valdesi, Metodiste e Battiste, AGEDO e Associazioni Cristiane di Base e Adista:
Prof. Giovanni Felice Mapelli – Teologo Coordinatore del Centro Studi Teologici di Milano (Nota di Ratzinger)
Rita De Santis – Vice Presidente di AGEDO (Lexicon)
Salvatore Peri – Presidente del Centro Studi Evangelici di Trento (Comunità Valdese)
Prof. ssa Claudia Angeletti Coordinatrice del GLOM – Gruppo di lavoro sull’omosessualità nominato dall’Assemblea Generale Sinodo Battista- Metodista- Valdese
Giovanni Avena Direttore editoriale di ADISTA agenzia di notizie sul mondo religioso
Coordinatore Stefano Co’ di Arcigay Trentino

di Giovanni Felice Mapelli

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