Rissa durante il congresso di Arcigay Bari

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Caos al congresso di Arcigay Bari. Ad essere contestata, fra gli altri, è stata la presenza di politici del PD locale con l'intento di farli votare per uno...

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In vista della tre giorni congressuale di Arcigay, che dal 24 al 26 Novembre rinnoverà le sue cariche, cresce la tensione nel confronto fra le due mozioni in campo per il rinnovo (o la riconferma) del presidente nazionale Arcigay. Ad inasprire il clima già teso si è aggiunta la difficile situazione del Circolo di Bari che nel suo congresso locale avrebbe dovuto rinnovare le proprie cariche locali a soli tre mesi dall’ultimo congresso che aveva visto l’elezione di Giuseppe Maffia, sostenitore della mozione del candidato presidente nazionale Flavio Romani.

I 45 voti non ammessi – Ennesimo oggetto del contendere è stato il rifiuto di ammettere al voto 45 soci sostenitori dello sfidante Graziano Andriani (sostenitore della mozione nazionale dell’attuale presidente nazionale Paolo Patanè) la cui iscrizione ed ammissione al voto era stata approvata dal direttivo del circolo barese il 24 settembre. Maffia ha però presentato ricorso al consiglio nazionale dei garanti circa la legittimità di questa scelta poiché la loro iscrizione, secondo le regole statutarie, sarebbe arrivata troppo tardi. Da parte loro, i 45 esclusi avevano denunciato che il loro ritardo è stato dovuto al fatto che il computer della sede, l’unico col database dei soci, sarebbe sparito. Il caos è scoppiato dopo che Maffia ha comunicato la sua intenzione di fare ricorso al consiglio dei garanti. I soci delle opposte mozioni, a quel punto, sono arrivati fin quasi alle mani; una vetrata è stata infranta ed è stato reso necessario persino l’arrivo della Digos.

I politici del PD al congresso – In serata non si è fatto attendere il commento del presidente Patanè che su Facebook ha commentato:

"Regolari le motivazioni. Pretestuosi e antidemocratici i rifiuti di porvi rimedio." Ma non è finita. Patanè si è chiesto cosa ci facessero al congresso di Bari, non da semplici osservatori ma pronti a votare sostenendo una mozione anziché un’altra, un consigliere comunale  ed il responsabile regionale diritti civili del PD, il segretario provinciale dei giovani democratici ed altri esponenti del partito. Una domanda che oggi ha deciso di rivolgere attraverso una lettera anche alle due persone che si candidano a guidare il maggior partito di centrosinistra: Matteo Renzi e Pierluigi Bersani.

Il PD non ci sta – Un gesto mal digerito dal responsabile regionale diritti civili del PD Enrico Fusco che rivendicato il suo ruolo storico in Arcigay (ha organizzato tra l’altro il Gay Pride di Bari del 2003) si chiede: "Come si permette il presidente nazionale uscente di Arcigay di gettare fango sul Partito Democratico, mentre moltissimi dirigenti di Arcigay, in tutta Italia, sono iscritti a partiti politici?" "Trovo paradossale che il candidato (di minoranza) alla successione a se stesso in Arcigay, provi a dettare la linea al Segretario Bersani su quello che i dirigenti locali di questo fanno a titolo personale sul territorio. E ancora più strano è che il presidente di un’associazione LGBT provi maldestramente a gettare fango sul mio Partito, proprio adesso che il Segretario Bersani ha fatto propria la battaglia per i diritti civili, proponendo un modello evoluto di riconoscimento paritario delle famiglie omosessuali, che tra pochi mesi potrebbe essere legge."

Il tema del rapporto e dell’indipendenza delle associazioni dai partiti, ed in particolare del rapporto fra Arcigay e Partito Democratico, non è nuovo e sembra essere un tabù che finora l’associazione non è mai riuscita ad affrontare fino in fondo. Basti pensare che nel 2010 a Roma, dopo il congresso per la scelta dei delegati da inviare a Perugia che nella Capitale vide perdere in maniera schiacciante la mozione del futuro presidente, ci fu una denuncia analoga da parte di alcuni soci.

Fra reciproche accuse di aver portato a votare truppe cammellate completamente estranee alla vita del circolo, il congresso è stato sospeso e rinviato al 7 ottobre sperando che 10 giorni bastino a raffreddare gli animi e a permettere un confronto, se non pienamente costruttivo, che rimanga quantomeno entro i margini della civiltà e del rispetto reciproco.

di Andrea Contieri

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