Roma Pride, nessun accordo tra le associazioni gay

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Le reciproche diffidenze e le diverse priorità affossano un primo tentativo di accordo sulla gestione unitaria di tutte le associazioni gay nell'organizzazione del prossimo Gay Pride di Roma.

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Si è conclusa con scarsi risultati e ulteriore accumulo di tensione, sabato scorso, l’assemblea convocata dal Coordinamento Roma Pride, l’organismo costituito nel 2010 da diverse associazioni (Arcigay Roma, Di’Gay Project, ArciLesbica Roma, GayLib e Azione Trans) per decidere il futuro del Pride Romano.

"Verso il Roma Pride 2012, per un Pride unitario, democratico e partecipato" era il titolo di un primo incontro tra le varie anime del movimento lgbt – singoli esponenti e, appunto, associazioni – nel quale però era pesata l’assenza del Circolo Mario Mieli, da sempre che dal 1994, con la sola eccezione proprio del 2010, è stato il principale organizzatore del Roma Pride; un metodo definito dalla presidentessa del circolo Rossana Praitano "Irricevibile e pericoloso". Di contro proprio il Mieli era stato accusato di aver organizzato negli ultimi anni la manifestazione come se fosse l’unica realtà LGBT presente nella capitale, senza ascoltare le altre voci e soprattutto di mancata chiarezza sui bilanci.

Preso atto di queste difficoltà, l’incontro di sabato sarebbe serevito proprio per fare un "reset" della situazione e un passo indietro per costituire un soggetto unitario nel quale confluissero tutte le realtà coinvolte nel pride capitolino. Ma al momento del voto sullo scioglimento del Coordinamento Roma pride si è concretizzato lo stallo che ha occupato tutta la lunga e faticosa giornata di sabato.

I problemi che affaticano il movimento lgbt italiano ad uscire dalla palude sembrano essere sempre gli stessi: il persistere di reciproche diffidenze e le diverse priorità (basti pensare alla proposta di GayLib – istituire le Unioni Civili, definite "soluzione ottimale" – e la posizione sulle adozioni; l’omogenitorialità, al contrario, è un principio fondante di Famiglie Arcobaleno, giusto per fare un esempio).

Oltre a questo, un inedito testa a testa ha portato a chiudere la giornata senza decisioni operative e con un nuovo aggiornamento fissato fra due settimane: la possibilità o meno di aprire la discussione politica riguardante il Pride di Roma a realtà nazionali e ad associazioni e gruppi esterni alla città. Una posizione tanto naturale per alcuni, almeno quanto lo è per gli stessi la valenza nazionale del Pride cittadino della capitale, quanto assurda e fuori discussione per altri.

Ma al di là delle alleanze e degli equilibri che ovviamente si nascondono dietro queste rispettive posizioni quel che è certo è che ancora una volta ad aver tenuto banco è stata un’estenuante discussione sul contenitore più che sui contenuti. Una modalità che non viene capita fuori Roma e che inizia ad essere malsopportata persino al suo interno e che forse, al di là di una fiducia reciproca da dover ovviamente recuperare a tutti i costi se si vuole andare insieme da qualche parte, sarebbe l’unico vero banco di prova della possibilità di poter costruire un percorso comune.

di Federico Moretti

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