“SI’ RICCHIUN’, NASCONDITI!”

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Barzellette sui gay, toni offensivi, ignoranza. Ma quando un giovane giornalista salernitano gay chiede rispetto, il suo direttore si indigna: "dovete starvene da soli".

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Pasquale Quaranta è un giovane giornalista salernitano, attivo anche nella locale associazione di iniziativa omosessuale Federico Garcia Lorca, e collabora con numerose testate, tra cui anche Gay.it. In questo resoconto, che riceviamo e volentieri pubblichiamo, denuncia la omofobia che ancora permea larghi settori della nostra società, anche in quei campi che, essendo più vicini al mondo della cultura, dovrebbero più distinguersi da essa. Gay.it esprime tutta la solidarietà all’amico per il trattamento patito, e l’ammirazione per la dignità con la quale ha reagito all’ignoranza e alle offese.

Ho aspettato un po’ di tempo per essere più sereno e osservare l’accaduto con meno rancore: un episodio di omofobia che mi ha coinvolto personalmente il 05 luglio, alle ore 19:00, in occasione della presentazione dell’Antologia “Versi diversi 4” (alla quale ho partecipato come autore) edita dal Centro Culturale Studi Storici di Eboli (Sa). Ho ascoltato i consigli di amiche e amici, c’è chi mi ha consigliato di non espormi troppo, ma non posso tacere su quanto è successo. Sarebbe un controsenso per gli impegni che mi stanno a cuore.

Arrivo in serata davanti alla Chiesa di Santa Maria ad Intra, situata nella zona cosiddetta “vecchia” di Eboli, in via Castello. Ad attendermi Mario Festa e Cosimo Clemente, curatori del testo, Giuseppe Barra, direttore del centro culturale e Geremia Paraggio, direttore del mensile di cultura “Il Saggio” che organizza la manifestazione.

Saluto i presenti e sono prontamente richiamato, in modo scherzoso, da Barra che esclama, ridendo: “Pasquà ma che pezzo hai inviato, ‘su chillu prevt ca è asciuto pazz?“.

Avevo proposto, in maggio, di pubblicare sul mensile un’intervista a don Franco Barbero, presbitero della Comunità Cristiana di Base di Pinerolo (To). Durante il colloquio, don Franco aveva parlato anche di omosessualità, ed è ben nota la sua posizione nei confronti di lesbiche e gay, per una teologia di liberazione.

Ad un tratto sento Barra rivolgersi a Paraggio esclamando, in pubblico, davanti ad un gruppetto di persone intervenute: “È un prete che difende.. i pedofili.. no.. hmm.. come si chiamano, chill ca stann da chell’ata sponda..“. “I’ ricchiun’!” – incalza Paraggio, ridendo.

Fa seguito una barzelletta di pessimo gusto su “i ricchiun’” quando, infine, Paraggio termina il suo elegante intervento con “.. sì, ma semp’ ricchiun’ sò“.

A questo punto mi avvicino ai due e dico: “Scusate, ma non vi permetto di parlare in questo modo! Sono gay e, con queste frasi, mi state offendendo, come omosessuale e come collaboratore!”. Attimi di silenzio.

– Paraggio prontamente: “E perché l’ostenti?”

– Io: “Perché offendete! Vi sembra giusto parlare in questi termini di omosessualità?” e inizia il dibattito. Alcune persone si avvicinano, altre restano poco distanti ma ben attente allo scambio di battute.

– Paraggio: “Io non capisco che necessità hanno gli uomini di vestirsi da femmina, col trucco..”.

– E io: “Innanzitutto facciamo una distinzione tra omosessualità, travestitismo e transessualismo, non so lei cosa vuol dire. Parla senza conoscere queste realtà”.

– Paraggio: “Io dico che non ha senso andare a sbandierare che uno è gay, una volta mi sono trovato in una sfilata del genere…che schifezze! Che senso ha?! Pensi che io vada con uno striscione a dire:’Sono eterosessuale’, che senso avrebbe?”.

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– Io: “Nessun senso, infatti. Alle persone eterosessuali tutto è dato. Esse godono di qualsiasi diritto. Noi gay no e dobbiamo guadagnarceli”.

– Paraggio: “Ma vatti a sposare in Olanda!”

– Io: “E perché dovrei, scusi?”.

– “I ricchioni..” sento borbottare..

– Io: “E la smetta di parlare così!”.

– Paraggio: “No, io parlo e ti chiamo ‘ricchione’, devi tenertelo se ti esponi così!”

– Io: “Ma se sono fatto così perché lei non deve rispettarmi?”

– Paraggio: “Se tutti fossero come te il mondo finirebbe. È contro natura!”

– Io: “Premetto che sono credente, le dico che per me è contro natura andare con una ragazza!”.

– “Ma trovati una bella ragazza, fammi il piacere!” incalza Geremia.

– Io: “Senta direttore, lei non deve parlare così. Dovrebbe imparare ad ascoltare gli altri, senza questa arroganza. Lei è chiuso al dialogo, è un muro contro muro, si rende conto? Per lei un ragazzo che si scopre gay dovrebbe starsene zitto e ridere alla sue battute”.

“Certo! – continua Paraggio – e deve starsene da solo!”

E io: “Ma come da solo? Sa quanti gay sono angosciati dalla propria omosessualità e non si accettano? C’è chi si toglie la vita per questo motivo! E lei vorrebbe lasciarli nel proprio dolore soli?”.

– Paraggio: “Sì, non c’è bisogno di ostentare, i gay se ne possono stare per i fatti loro, e che non diano fastidio! Guarda Pasolini e vedi dove è arrivato. Non ti fa onore parlare da gay, così”.

Fin qui ricordo tutte le battute, chiaramente. Per strada, al ritorno, dopo aver lasciato anzi tempo la manifestazione, quelle frasi giravano incessantemente nella mia mente. E ora mi ritrovo ad averle tutte scritte in memoria, a distanza di settimane!

Inutile dirvi che per “Il Saggio“, mensile di cultura, ritengo opportuno terminare la mia collaborazione. Allo stesso tempo non desidero far parte del Centro Culturale Studi Storici di Eboli. Ho potuto constatare, sulla mia pelle, la volgarità, l’arroganza e l’ignoranza dei direttori che, di fronte ad un’esperienza di vita diversa dalla propria, non sanno sostenere un dialogo e, naturalmente, non pubblicano alcuni articoli contribuendo all’oscurantismo dei media sulla tematica omosessuale.

A mio avviso il direttore di una testata che ha l’ardire di denominarsi “Il Saggio” avrebbe dovuto saper ascoltare e parlare serenamente su questi temi. Dolorosamente prendo atto di questa triste realtà e prendo le dovute distanze da una persona irrispettosa e da una linea editoriale che, dello spirito cristiano di cui si fa portavoce in molti scritti, rivela al vertice grandi ipocrisie.

Alla sera della vita saremo giudicati sull’amore“, non dalle parole grondanti di pregiudizi che ho ricevuto dai miei ex-direttori. Si è cristiani nella vita di tutti i giorni, non dagli articoli che si pubblicano su un giornale, una volta al mese.

E pensare che per diversi numeri de “Il Saggio” ho curato una rubrica di galateo e bon ton (cfr. “Alla ricerca di Monsignor Della Casa“): articoli sulle “buone maniere” che suscitarono ben presto l’ammirazione dei miei direttori; ma, a quanto pare, non hanno saputo farne tesoro.

È chiaro e ce lo diciamo spesso: “quel che conta è l’apparire, non l’essere”.

Pasquale Quaranta, giornalista

di Pasquale Quaranta

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