SOLDATI GAY, MEGLIO DICHIARARSI!

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Un nuovo studio condotto con i militari omosessuali destinati nelle zone di guerra, critic afortemente la politica del "don't ask don't tell"; stare nascosti mina la fiducia reciproca.

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NEW YORK – Un nuovo studio, pubblicato mercoledì, critica la politica delle forze armate statunitensi del “don’t ask don’t tell“, riportando che i soldati gay e lesbiche hanno servito in maniera efficace in Iraq e Afghanistan.
Storie ordinarie di soldati gay
Lo studio riferisce dozzine di storie, inclusa quella di Brian Hughes, un Army Ranger omosessuale che ha fatto parte della task force scelta che ha salvato la prigioniera di guerra Jessica Lynch. Secondo il racconto, Hughes si è ritirato dalla Università di Yale per arruolarsi nell’esercito nell’agosto del 2000. Nell’autunno 2002 è stato destinato in Afghanistan e poi in Iraq, dove ha collaborato per la liberazione della soldatessa scomparsa. Secondo Hughes, uno dei problemi del “don’t ask, don’t tell” è che esclude la possibilità che i compagni dei soldati gay e lesbiche partecipino nelle reti di sostegno come la Family Readiness Group, in cui coniugi e genitori sono invitati a incontri di informazione e sostegno e dove ottengono informazioni su ciò che accade al di là del mare. «Rendono davvero le vite dei soldati sposati molto più facili – afferma Hughes nel racconto – E penso che essi combattano meglio grazie a questo».

Dichiararsi è meglio
Secondo lo studio intitolato “Gay e lesbiche in guerra: il servizio militare in Iraq e Afghanistan sotto la ‘don’t ask, don’t tell’“, quando i gay e le lesbiche si dichiarano alle persone con cui svolgono servizio, riferiscono di avere molto più successo nel creare legami, nel morale e nell’avanzamento professionale, così come nel livello di impegno.
Allo stesso tempo, i soldati che aderiscono al “don’t ask, don’t tell” hanno in genere meno fiducia negli altri soldati, subiscono uno stress maggiore, non sono molto preparati per lo spiegamento, sono meno concentrati sulla loro missione e affrontano problemi madici e psicologici.
Il rapporto aggiunge che i problemi del “don’t ask, don’t tell”, che fu firmato dal presidente Clinton nel 1993, non riguarda solo i soldati omosessuali ma anche i loro colleghi eterosessuali, creando una «atmosfera di disonestà e sfiducia così come di mancanza di rispetto per la legge e i principi di integrità che sono essenziali nel servizio militare».
Lo studio, pubblicato dal Centro per lo Studio delle Minoranze Sessuali nelle Forze Armate, si basa su trenta interviste approfondite con membri in servizio gay, lesbiche o bisessuali che sono impiegati in Iraq e Afghanistan dal 7 ottobre del 2001. Il rapporto conclude che la “don’t ask, don’t tell” «mina la capacità delle forze armate di servire adeguatamente i bisogni delle sue truppe».

di Gay.com

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