SU GERUSALEMME NON SI MARCIA

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Dopo le isteriche proteste e le minacce dei leader religiosi e anche a causa delle esigenze di sicurezza interna è stato deciso di non fare la prevista parata...

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GERUSALEMME – Per gli organizzatori israeliani la parata del World Pride 2006 da tenersi a Gerusalemme voleva essere un modo per promuovere l’idea di una città liberale, tollerante e aperta. Una marcia pacifica per rivendicare i diritti all’uguaglianza e al tempo stesso per opporsi alla realtà di crescente violenza, odio e discriminazioni che affligge il medio oriente. Originariamente previsto per agosto era stato rinviato a causa del conflitto tra Israele e il Libano. Placate un po’ le acque su quel fronte, il movimento omosessuale aveva riprogrammato l’evento clou per domani, 10 novembre. Dopo i morti civili causati dal raid israeliano di ieri a Gaza però la polizia ha detto di non poter più garantire la sicurezza della manifestazione per la necessità di dislocare gli agenti anche altrove nel timore di possibili rappresaglie palestinesi. Da qui la decisione di annullare la parata per le strade cittadine e di optare invece per una più collocazione circoscritta e dunque più facilmente controllabile, il Givat Ram Stadium, a partire dalle 11.

La necessità di sicurezza alla fine è risultata primaria non solo per le possibili azioni suicide ma anche per le minacce di morte che sono arrivate dalle frange più fanatiche degli ebrei ultra-ortodossi. Ormai da diversi giorni la polizia si scontrava con gli intransigenti promulgatori dell’ortodossia ebraica che, lanciando sassate contro le forze dell’ordine e dando fuoco ai cassonetti dell’immondizia, strillavano alla blasfemia che il Pride avrebbe, ai loro occhi, costituito. Gli organizzatori dell’Open House, per cercare di venire incontro alle loro richieste, avevano già modificato il percorso originale della marcia, perché non attraversasse le zone dove la concentrazione degli ortodossi è più elevata. Non era bastato: in nome della propria “sensibilità religiosa” pretendevano che ad altri loro concittadini fosse impedito di poter fare una manifestazione pacifica e del tutto legittima, peraltro già autorizzata dalle autorità. Infatti la Corte Suprema dello Stato d’Israele aveva già stabilito che esistevano ostacoli legali allo svolgimento della manifestazione, ma la Suprema Corte rabbinica degli ultra-ortodossi, Edah Haredit, aveva reagito minacciando di ricorrere a una “pulsa d’nura”, rito cabalistico attraverso il quale si invoca la morte dei peccatori, gli organizzatori e anche gli agenti delle forze dell’ordine che ne avessero garantito il tranquillo svolgimento. Tanto per ribadire che il rispetto reciproco è tutto.

A gettare benzina sul fuoco ci si è messo anche il Vaticano

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A gettare benzina sul fuoco ci si è messo anche il Vaticano, evidentemente sempre ansioso di sfruttare ogni possibile pretesto o spunto per dimostrare, nei fatti, la vera e propria crociata contro la minoranza omosessuale nella quale è da tempo (secoli) impegnato, portata avanti in modo sempre più plateale su tutti fronti possibili. Ieri sera la Sala Stampa della Santa Sede e la nunziatura apostolica in Israele si sono rivolte direttamente allo Stato d’Israele con una nota nella quale si definisce la parata gay «offensiva» per la «gran maggioranza di ebrei, musulmani e cristiani». «La Santa Sede – dice la nota – ha ribadito in molte occasioni che il diritto alla libertà d’espressione, sancita dalla dichiarazione universale dei diritti umani, è soggetta a limiti, in particolar modo quando l’esercizio di questo diritto offende i sentimenti religiosi dei credenti. È chiaro che il gay pride programmato a Gerusalemme risulterà offensivo alla gran maggioranza di ebrei, musulmani e cristiani, dato il carattere sacro della Città di Gerusalemme». Le stesse argomentazioni che erano state usate nel 2000 per cercare di bloccare lo svolgimento del World Pride a Roma, poi rivelatosi un clamoroso successo e svoltosi assolutamente senza incidenti e nel pieno rispetto di tutti.

Come già accennato il tracciato della parata di Gerusalemme era già stato modificato proprio prendendo atto delle richieste dei movimenti religiosi. Dispiace contestare che da parte degli esponenti delle tre principali religioni monoteistiche, una volta tanto uniti contro gli “scostumati” omosessuali, non ci sia stata alcuna volontà di apertura e rispetto. Tutt’altro, al punto che sono state lanciate campagne di raccolte firme contro la comunità GLBT all’indirizzo del primo ministro Olmert nelle quali si invita a fermare la manifestazione tirando in ballo «la Parola di Dio», opponendosi a «questa abominazione» e «alla possibilità che la sede della nostra fede possa venir dissacrata da omosessuali e dallo stile di vita che rappresentano. La preghiamo di fare tutto ciò che è in suo potere per fermare questo insulto ai sopravvissuti dell’Olocausto». Come se le decine di migliaia di omosessuali anch’essi vittime della follia nazista non contassero. È anche per loro invece che i Gay Pride hanno un senso e, evidentemente ancora oggi, una ragione d’esistere.

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