Suora pro-gay sospesa dall’incarico

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Per 25 anni ha servito gay e lesbiche, finché le gerarchie la hanno sospesa da tutti gli incarichi.

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Ha ricolto per 25 anni ai gay e alle lesbiche il suo messaggio, cercando di rivolgersi loro con serenità nonostante le affermazioni pubbliche della chiesa. Ora suor Jeannine Gramick dovrà smettere di occuparsi di loro, per ordini superiori. La Congregazione per la Dottrina della Fede le ha tolto l’incarico e qualsiasi impegno ufficiale.

La suora ha commentato l’accaduto con una dichiarazione di cui ci sembra opportuno riportare ampi stralci: «Sono angosciata e profondamente turbata – ha detto – per il fatto che la Congregazione per la Dottrina della Fede (Cdf) ha deciso che mi debba essere permanentemente vietato qualsiasi lavoro pastorale con persone lesbiche o gay e con i loro genitori. (…) Mi sono sentita chiamata al ministero rivolto a gay e lesbiche fin dal 1971, quando ho incontrato un gay durante i miei studi all’Università di Pennsylvania. La sua domanda: «Che cosa sta facendo la Chiesa per i miei fratelli e sorelle gay e lesbiche?» è diventata per me l’invito di Dio a contribuire a correggere le ingiustizie della nostra società e della Chiesa nei confronti di questo gruppo di esclusi. (…) Il popolo di Dio merita udienze e processi imparziali per ogni accusato. Ciò che è iniziato come un’inchiesta sulle mie affermazioni pubbliche e sui miei scritti riguardo all’omosessualità si è trasformato, alla fine, in un’interrogazione sulle mie personali convinzioni interiori sul tema. (…) Sono pronta a proclamare il mio assenso a tutte le dottrine centrali della nostra fede. Ma la mia condizione di religiosa che ha preso i voti, e di ministro pastorale con una veste pubblica, non dovrebbe privarmi del diritto che ha ogni credente di mantenere la privacy della propria coscienza morale in questioni che non sono centrali nella nostra fede. Intromettersi, senza invito, nel santuario della coscienza di un altro è sia irrispettoso sia sbagliato. (…) Da coloro che oggi rivolgono il loro ministero ai divorziati risposati non ci si attende che proclamino continuamente l’immoralità del divorzio e di un nuovo matrimonio. Dai cappellani degli ospedali non ci si attende che proclamino in continuazione l’immoralità del trascurare e mettere in pericolo la salute di una persona. Dai cappellani carcerari non ci si attende che proclamino continuamente l’immoralità degli atti criminali. Dai cappellani militari non ci si attende che proclamino continuamente l’immoralità della guerra. Analogamente dovrebbe essere per coloro che rivolgono il loro ministero a lesbiche e gay. I cattolici non si sentirebbero fieri se i vertici della Chiesa condannassero la violenza anti-gay ogni volta che parlano di omosessualità, invece di parlare degli atti omosessuali come fanno di solito? Lesbiche e gay cattolici non sentirebbero l’inizio della riconciliazione in quest’anno giubilare se noi, come Chiesa, chiedessimo perdono alle nostre sorelle lesbiche e ai nostri fratelli gay per il nostro silenzio e la nostra complicità di fronte alla loro oppressione? Sono preoccupata che lesbiche e gay cattolici e le loro famiglie siano in collera per questa decisione della CDF. A loro dico: usate la vostra rabbia in modo creativo. Non abbandonate la Chiesa. E’ la vostra casa spirituale. Il popolo di Dio vi dà il benvenuto nelle nostre parrocchie. (…) Ora mi trovo a dover decidere se accettare o no l’esito di un processo che credo sia stato fondamentalmente ingiusto».

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