TAREK RISCHIA LA MORTE

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La vicenda di un altro giovane omosessuale palestinese rifugiatosi in Israele per scampare le persecuzioni. Ora potrebbe essere rispedito a Gaza, ma i gruppi gay si mobilitano. Ecco...

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Che fine farà Tarek? Mentre Israele continua con le deportazioni di gay palestinesi nella striscia di Gaza, esponendoli al pericolo di morte, un importante gruppo israeliano che combatte per i diritti degli omosessuali, denuncia il caso di questo altro ragazzo gay palestinese il cui nome completo è stato tenuto nascosto per ragioni di sicurezza personale, andato sotto processo il 16 marzo per essere entrato in Israele senza permesso. Lior Mencher, direttore di Aguda, gruppo di gay, lesbiche, bisessuali e transessuali israeliani, si è detto preoccupato che Tarek possa essere deportato nella striscia di Gaza, dove rischierebbe una morte imminente.
«Sono scappato da Gaza e sono arrivato in Israele per vivere, non per essere rimpatriato e venire ucciso. C’è qualcuno che mi può aiutare?» avrebbe detto Tarek, secondo quanto riferito da Mencher.
Il ministro dell’Interno israeliano, Avraham Poraz, si è inizialmente rifiutato di intervenire nel caso di Tarek, nonostante sia a capo del partito liberale che garantisce giustizia a tutti i settori della società, inclusi i gay. Secondo Mencher, Poraz era ben consapevole che Tarek aveva oltrepassato i posti di blocco della sicurezza israeliana senza costituire il minimo pericolo per lo stato di Israele.
«Aguda, lavorando a stretto contatto con le organizzazioni umanitarie internazionali, come Amnesty, ILGA, o il gruppo gay musulmano con sede a Washington Al Fatiha, aveva chiesto a Poraz di fermare la deportazione di Tarek» ha detto Shaul Genon, direttore del Rescue Project di Aguda.
Mencher ha poi riferito che Aguda sta anche inviando una petizione alla Corte Distrettuale al fine di fermare il processo di deportazione di Tarek. Ha detto anche che il recente rilascio su cauzione di Tarek «è da un lato una buona notizia, specialmente visto che il giudice ha specificatamente indicato che la sua vita sarebbe a rischio se fosse deportato a Gaza. L’approccio benevolo del giudice nel processo può essere d’aiuto, ma si vedrà».
Mencher ha anche rivelato che sono iniziati alcuni primi incontri di base tra il Ministero dell’Interno e Aguda alla ricerca di una soluzione umanitaria per i gay della Palestina e di origine araba. A questo proposito Mencher si è raccomandato di portare avanti l’opera di pressione sul Ministero «per far sì che si imprima con evidenza la gravità della situazione». Ricordiamo a questo proposito che è ancora possibile inviare email al ministero dell’Interno israeliano all’indirizzo aporaz@knesset.gov.il.
Come in molti paesi musulmani, essere gay nei territori palestinesi viene considerato un crimine contro l’Islam. Nella maggior parte dei casi, non è lo stato ma altri personaggi come la stessa famiglia, a costituirsi giudice e decidere del destino di una persona omosessuale, e sono purtroppo comuni i resoconti di trattamenti in stile nazista ai danni di palestinesi apertamente gay.
Il direttore del Rescue Project Shaul Genon ha detto che Aguda ha identificato almeno 100 palestinesi gay in Israele: «Solo 25 di questi ci chiedono di aiutarli – ha detto Genon – Gli altri evitano di venire allo scoperto, temendo l’ira dei familiari più di quella delle autorità palestinesi».
Genon riferisce che anche se il suo Rescue Project ha aiutato gay arabi e palestinesi per gli ultimi quattro anni, evitando in questo periodo che tre donne e otto uomini fossero deportati, la situazione è notevomente peggiorata dagli attacchi negli Stati Uniti dell’11 settembre. «Tutta le porte sono state chiuse da allora. Nessuno vuole aiutarli, e la maggior parte di questi giovani non ha soldi. La situazione è davvero pessima» dice Genon. In conseguenza della guerra all’Iraq, infine, la politica israeliana è diventata sempre più severa, rendendo il lavoro del Rescue Project più urgente negli ultimi tre mesi.
Aguda, nel frattempo, denuncia la deportazione nella striscia di Gaza di altri due gay palestinesi, avvenuta lo scorso 6 marzo nonostante le proteste della comunità gllbt israeliana e internazionale. L’organizzazione non ha reso pubblici i nomi dei due, e ha detto che, nonostante Aguda abbia cercato di mettersi in contatto con loro con ogni mezzo, si ignora che fine abbiano fatto.

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di Gay.com UK

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