La tortura del test anale: otto paesi al mondo che la infliggono

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Di fatto si tratta di una forma di stupro e come tale è espressamente vietata dalla Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura.

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La Human Rights Watch è un’organizzazione non governativa internazionale che si occupa della difesa dei diritti umani e ha sede a New York. In un importante nuovo rapporto di 90 pagine, la ONG evidenzia come siano ben otto gli stati del mondo che negli ultimi anni sono ricorsi al test anale forzat come strumento di controllo con cui quali cercare di “provare” dei sospetti di omosessualità.

Quasi tutti sono stati africani. Ad essere coinvolti in queste pratiche troviamo infatti l’Egitto, il Camerun, il Kenya, il Libano, lo Zambia, la Tunisia, l’Uganda e il Turkmenistan. Per redigere l’allarmante documento, gli attivisti della ONG hanno intervistato 32 vittime e i loro avvocati, attivisti locali e rappresentanti dei governi dei diversi paesi. Sono state prese in esame anche le testimonianze dei medici dediti a questo genere di controlli.

Il test nella sua versione più diffusa è brutale e inutile: gli uomini “accusati” di omosessualità – ma anche le donne transgender – vengono costretti a sottoporsi ad un test in cui un oggetto metallico a forma di uovo viene introdotto nel retto. Si sostiene che in tal modo i medici dovrebbero essere in grado di comprendere se il soggetto abbia avuto rapporti anali, invece il test è praticamente inutile. Una violenza senza senso e intollerabile, soprattutto dal punto di vista psicologico.

Gli attivisti per i diritti umani hanno più volte sottolineato come tale indagine risulti, di fatto, una forma di stupro e come tale espressamente vietata dalla Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura.

Secondo la Human Rights Watch, l’indagine ha causato un “trauma psicologico duraturo” in alcune delle persone che sono state obbligate a sottoporsi al test. Viene fatto presente inoltre  anche come simili barbarie influiscano negativamente sulla prevenzione, attraverso un danneggiamento difficilmente riparabile del rapporto tra medici e pazienti.

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