The imitation game: Turing, genio gay che salvò 14 milioni di persone

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Sentimenti e informazioni celati, cuore nero del film. Titanico Cumberbatch, da Oscar.

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Più di 14 milioni di persone. Sarebbe questo, secondo gli storici, il numero di vite salvate dal matematico gay inglese Alan Turing, come riportato nei titoli di coda dell’appassionante biopic storico “The Imitation Game – L’enigma di un genio” diretto dal norvegese Morten Tyldum, in uscita giovedì 1 gennaio (qui potete vedere il trailer e qui una clip esclusiva per i lettori di Gay.it). Sì, perché grazie alla decrittazione della Macchina Enigma dei tedeschi, all’apparenza inviolabile, coi quali si scambiavano messaggi cifrati, Turing e il suo team furono determinanti per la vittoria della Seconda Guerra Mondiale, terminata con due anni di anticipo proprio per merito loro. È una figura tardivamente riabilitata, quella di Alan Turing, considerato tra l’altro uno dei fondatori dell’informatica moderna attraverso quella macchina che porta il suo nome ed è considerata l’antesignano dei moderni computer. Morì suicida a soli 41 anni nel 1954 per il ferale morso a una mela intrisa di cianuro, dopo una condanna alla castrazione chimica per omosessualità, scelta da Turing stesso in alternativa al carcere per poter continuare a lavorare a casa propria (tra il 1885 e il 1967, in Gran Bretagna, circa 49000 uomini gay sono stati condannati per atti osceni): nel 2009 l’allora premier Gordon Brown aveva presentato scuse ufficiali per come era stato trattato il geniale matematico e solo l’anno scorso è arrivata la grazia postuma della Regina Elisabetta.

L’occasione giusta per scoprire tutta la grandezza intellettuale del carismatico personaggio, è un film seducente e misterioso, retto dalla titanica interpretazione di Benedict Cumberbatch (Oscar in vista?), dallo sguardo spesso vitreo e assente quando non è coinvolto nelle sue speculazioni matematiche, le uniche che gli infondono un autentico afflato vitale. Un personaggio per altro inizialmente ben poco simpatico, misantropo e arrogante, “un fragile narcisista” come lo definisce la cara amica e collega Joan Clarke (Keira Knightley, meno algida del solito), l’unica donna del team di matematici reclusi nella villa vittoriana top secret immersa nel verde di Bletchley Park. Il mascheramento, il segreto, il continuo celare sentimenti e informazioni, sono il cuore nero della sofisticata sceneggiatura di Graham Moore, tratta dal romanzo di Andrew Hodges “Alan Turing: The Enigma”, giocata su sapienti alternanze di flashback e flash-forward, in cui si innestano intelligenti colpi di scena mai forzati e messi in evidenza dalle armoniose musiche di Alexandre Desplat. E il maggiore segreto in assoluto si rivela paradossalmente proprio il tener nascosta la scoperta della decodificazione di Enigma, affinché i tedeschi non se ne accorgano e ne modifichino i parametri, vanificando così il tutto.

L’omosessualità di Turing è affrontata in maniera più o meno diretta in alcuni momenti chiave, come il primo innamoramento per il compagno di classe Christopher che lo introduce alla crittografia e col quale comunica proprio attraverso biglietti codificati (Turing chiamerà la macchina per violare Enigma proprio Christopher). Anche il coming out del matematico con l’adorata Joan è l’occasione per lei di rivelargli il suo amore incondizionato e la disponibilità a sposarlo ugualmente, nonostante la sua omosessualità, in un disperato tentativo di non perderlo. Ma allora essere gay era un crimine, e pure serio, e quando Turing si confida col collega John (Allen Leech), questi gli consiglia vivamente di non dirlo a nessun altro, per nulla scandalizzato dall’orientamento in sé quanto dalla paura che possa scoprirlo la polizia.

“È stato sempre considerato un tipo strano – spiega Benedict del vero Alan Turing -, persino da sua madre che lo chiamava “an odd duck” (un tipo strambo). Era un uomo molto capace, arguto e attento alla salute e alla forma fisica: ha persino corso maratone a livello quasi olimpico e gareggiato in gare di fondo. Percorreva di corsa circa 20 km per andare a lavorare all’Università di Manchester da casa sua a Wilmslow. Ho parlato con persone che lo avevano conosciuto durante la sua permanenza a Manchester e tutti hanno detto quanto fosse straordinariamente gentile, educato e riservato. Evitava quasi sempre il contatto visivo diretto, ma quando non lo faceva, ti sentivi immerso in una personalità molto umana, incuriosita, spiritosa e piacevole”.

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