Un insolito Franco Nero

di

Intervista esclusiva per Gay.it ad uno degli attori più rappresentativi del cinema italiano

CONDIVIDI
0 Condivisioni Facebook Twitter Google WhatsApp
3139 0
3139 0

Clicca mi piace per non perdere nemmeno una notizia.


-Che ricordo ha di Querelle?
FRANCO NERO: E’ un film fatto in modo nuovo, con una bellissima fotografia e attori bravissimi, ho un ricordo stupendo.

-E di Fassbinder?
F. N.: Era una persona timidissima. Mi ricordo che sul set di Querelle si era messo a sudare per la timidezza. Feci anche un film in cui lui era attore, Kamikaze ‘89, una pellicola che non è mai stata distribuita. Era un personaggio geniale, istrionico, gli piacevano le canzoni di Modugno.
-Che cosa pensa del Festival di Cinema Gay torinese?
F. N.: Bellissimo. E non perché è gay, ma perché è un fatto culturale, è arte.
-Che cosa le ha dato il cinema?
F. N.: E’ un sogno che avevo fin da ragazzo. Il cinema è qualcosa di universale, non è importante la tematica. A me è sempre piaciuto il rischio, sono l’unico attore italiano che ha fatto tutti i generi in Europa, dalla favola al film grottesco, dal film di guerra a quello di avventura, ho interpretato russi, polacchi, cecoslovacchi, spagnoli… Lawrence Olivier, con cui lavorai, mi disse: o fai la star, e hai successo commerciale – ma che vita monotona! – o rischi e a lungo andare otterrai ben altri frutti. Mi ripeteva: devi combattere per il risultato sullo schermo, non per avere una roulotte più grande sul set. Lo chiamavamo Larry, era una persona molto umile: a 80 anni un giorno lo vidi che aspettava per strada un passaggio in macchina.
-Ha conosciuto Fassbinder fuori dal set, nella vita privata?
F. N.: Mi ricordo di lui con un bicchiere in mano di Ginger Ale e whiskey: andava all’Harry Bar a Berlino tutte le sere con un gruppo di amici, ogni tanto veniva al mio tavolo, mi disse anche che voleva fare una trilogia composta, oltre che da Querelle, da Le ben du ciel di George Bataille e Cocaine. Voleva anche fare un film su Rosa Luxembourg, mi aveva anche chiesto di far parte del cast di Lili Marlene. Nel suo appartamento di Monaco aveva un sacco di miei video, era un fan accanito!
Sono stato al suo funerale nel giugno ’82 in una chiesa di Monaco: misero musica a non finire, anche dei pezzi di Modugno.
-Che rapporti ha avuto con gli altri attori di Querelle, Brad Davis e Jeanne Moreau?

F. N.: Ottimi rapporti professionali. Brad Davis era molto bravo, mi ricordo che sul set faceva sempre ginnastica. Jeanne Moreau era semplicemente splendida. Fassbinder aveva un modo di lavorare energico, adrenalinico, non perdeva tempo: erano previste 10 settimane di lavoro, ne impiegò 4. Persino l’operatore era una persona eccezionale. Sul set venne a trovarci Andy Warhol che fece il manifesto del film.
-Fassbinder vi dava molte indicazioni prima di girare?
F. N.: Nessuna! Anche se parlava molto con gli attori, nelle varie lingue. Era un po’ burbero ma tutti lo adoravano. Querelle fu girato in lingua inglese, l’originale non è il tedesco. Quando fu distribuito negli Usa la versione inglese c’era ma vollero quella tedesca con sottotitoli in inglese.
-Quanto è cambiato lavorare sul set da allora?
F. N.: Sono cambiati i tempi. Il cinema è morto nell’80-82 con l’avvento della televisione, come diceva Rossellini. Con la tv ci sono troppi condizionamenti, primi tra tutti i diritti d’antenna. Fassbinder non aveva molti soldi per girare, mi diceva: “lavora con me quando sei libero”. Mi chiamò una volta a Natale dicendomi che doveva fare un dettaglio degli occhi! I registi italiani si sono dedicati tutti alla televisione. Io ho fatto anche televisione ma la sera non ero mai felice. Lavorai ne Il Generale, I promessi sposi in cui ero Fra’ Cristoforo, Il magistrato, Il pirata che era un film per la Warner, persino un Valentino per la tv che non si è mai visto in Italia. Allora i film si vendevano in tutto il mondo. Vivo in America da 33 anni, lì di italiano ultimamente è arrivato solo Il postino, Nuovo Cinema Paradiso, La vita è bella, nessuno compra più i nostri film. Non esistono più i veri produttori, ora i produttori sono i funzionari Rai o Mediaset. Io stesso ho finanziato il film di mio figlio. Allora i film venivano visti subito e c’erano coproduzioni internazionali in cui ogni attore recitava nella sua lingua. Ho lavorato con le più grandi star internazionali: William Holden, Anthony Quinn, Richard Burton.
-Lei è molto impegnato nel sociale, vero?

F. N.: Ho un villaggio di orfani da 35 anni. Attualmente ci sono 50 ragazzi, abbiamo cresciuto 2000 giovani di 7 nazionalità diverse. Si trova vicino a Roma, a Tivoli. Recentemente io e Vanessa Redgrave (la sua ex moglie, N.d.R.) siamo andati a Pristina per fare alcuni spettacoli col cui ricavato abbiamo comprato dei giocattoli per i bambini. Ho fatto anche parte di una squadra di calcio con Pasolini e i fratelli Citti, addirittura una di magistrati e sono stato capitano di quella dei pugili.
-Come è stato coinvolto nell’ultimo film di Pappi Corsicato, Chimera, in cui ha il piccolo ruolo di un imprenditore laido e ricattatore?
F. N.: Mi telefonò un signore. Gli chiesi chi fosse: “sono un regista napoletano, dicono che sono bravo, faresti una piccola partecipazione per me?” Ricevetti il copione e pensai: che strana questa sceneggiatura! Poi l’ho incontrato, mi ha divertito, aveva delle idee strampalate. Sui titoli di coda la mia è una ‘cortese partecipazione’.
– Quando ha capito che avrebbe voluto fare l’attore?
F. N.: Io iniziai a lavorare all’età di sette anni ne I ragazzi della Via Pal. Dai 13 ai 18 anni fui studente a Parma e feci molti spettacoli amatoriali. Il mio vero nome non è tra l’altro Franco Nero ma Francesco Clemente Giuseppe Sparanero. Sono stato poi scoperto da un regista irlandese, John Houston. Il mio primo film fu Io la conoscevo bene (di Antonio Pietrangeli, N.d.R.) che girai durante tre mesi di convalescenza mentre ero militare. Ho anche interpretato personaggi ambigui: in Confessione di un commissario di polizia al procuratore della Repubblica di Damiano Damiani, Il bandito dagli occhi azzurri di Alfredo Giannetti, Gli ultimi giorni di Pompei di Carmine Gallone e Amleto Palermi.

In Double-face, sempre di Giannetti, interpretavo un personaggio che di sera faceva il travestito: dovetti pure tagliarmi i baffi e usarne un paio finto per alcune scene. Ho anche interpretato recentemente Il delitto Versace anche se dissi di no quando me lo proposero. Due mesi dopo la morte dello stilista stavo girando The painted lady con Helen Mirren ma accettai lo stesso il ruolo a patto che ci fosse un silenzio stampa assoluto. A Miami cambiai persino nome e mi feci registare come John Smith. E’ uscito in video ma non è mai stato distribuito nei cinema… è la prima volta che ne parlo… In tutto ho girato circa 140 film e ho imparato l’inglese sul set de La Bibbia di John Houston: per farmi scritturare gli recitai tutto Shakespeare in lingua originale!
-Lei ha avuto anche esperienze teatrali?
F. N.: Sì, ho lavorato in teatro anche con George Cukor, con cui girai un western, Tempo di massacri. Vengo dalla scuola del Piccolo Teatro di Strehler ma sono un animale da cinema, ho paura di stancarmi a teatro.
Ho recitato ne ‘Gli Argonauti’ di Maurizio Ceccarelli, mi offrirono anche ‘Summertime’ a Broadway. Avevo un mito da ragazzo, Edward G. Robinson.
-Che consigli darebbe a un ragazzo che vuole diventare attore?
F. N.: Lo sconsiglierei! E poi gli ricorderei una verità fondamentale: la vita è una questione di culo.

Tutti gli articoli su:


Commenta l'articolo...