UNA LIETA NOVELLA PER I GAY

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Intervista a don Domenico Pezzini, animatore di alcuni dei primi gruppi di omosessuali credenti. "Il mio sogno? L'integrazione delle persone gay nella comunità ecclesiale più larga".

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Negli ultimi mesi del 1980, in seguito al convegno su “Fede cristiana e omosessualità”, tenuto presso il Centro Ecumenico di Agape (Prali, TO), iniziarono a strutturarsi in Italia i primi gruppi di persone omosessuali credenti.
Don Domenico Pezzini non partecipò a quel convegno, ma entrò in contatto con alcuni di coloro che vi presero parte. Anzi, già prima aveva avuto contatti con persone che si domandavano se fosse possibile dare un significato cristiano positivo alla loro omosessualità.
Don Pezzini, come ha scoperto che nella Chiesa italiana vi fosse questo bisogno di riflessione su fede e omosessualità?
Non parlerei di “scoperta”, nel senso che personalmente sono sempre stato attento a situazioni di sofferenza e di marginalità, perché da sempre penso che il vangelo sia indirizzato per primo proprio a chi ha bisogno di una “lieta notizia”. Per purissimo caso, avendo risposto a una lettera indirizzata a “Rocca” da un giovane che dichiarava l’inconciliabilità tra il uso essere gay e cattolico, venni a contatto con quello che Ferruccio Castellano stava già immaginando a Torino con l’incoraggiamento di don Ciotti presso il gruppo Abele. Era il 1980.
Quali iniziative sono nate da questa esigenza?
Nel caso mio è nato un gruppo che si trovava a confrontarsi e a discutere su come potesse conciliarsi l’essere credente e gay. Analoghi gruppi partirono a Torino e Padova.
In concreto, cosa facevate, come organizzavate i vostri incontri?
A quel che mi ricordo si cominciò rileggendo le testimonianze bibliche, le affermazioni dei catechismi, non solo cattolici, analizzando il senso di colpa, il significato della sessualità ecc. Prendemmo anche contatti significativi con iniziative analoghe in Francia (David et Jonathan) e Inghilterra (Quest), che avevano cominciato un po’ prima di noi. Si fecero anche degli incontri-seminario (cinque) ad Assisi, mentre continuarono ogni anno i campi “Fede e omosessualità” iniziati nel 1980 presso il centro ecumenico di Agape (Prali). Ogni gruppo tendeva a proporre su fogli o bollettini il proprio percorso. Io diedi inizio al “Guado” nel 1982, come il nome del gruppo nato nel dicembre 1980, che continua tuttora.
A distanza di oltre venti anni, qual è stato l’aiuto che questi gruppi hanno dato alle persone gay e lesbiche credenti?
L’aiuto più importante mi sembra sia stato un percorso di riconciliazione con se stessi e con la propria fede. Insieme a questo, e non meno importante, il fatto di ripensare da adulti sia la fede sia il senso della propria sessualità e affettività. Il gruppo, quando il confronto è sincero e critico, aiuta anche a superare una visione aggressivo-apologetica del proprio essere gay. Con il primo termine intendo un atteggiamento che attacca sistematicamente l’avversario, di cui finisce per averne bisogno! Con il secondo intendo dire che “gay è bello” è una semplificazione eccessiva. Non ho mai amato le contrapposizioni secche: sono per un atteggiamento che ragioni, dialoghi, e veda sempre nelle cose possibilmente tutti i lati, positivi e negativi.
Questi gruppi hanno portato qualche beneficio alla Chiesa italiana?
Non saprei. Mi pare che alla fine la loro presenza è stata colta, almeno in occasione del gay pride del 2000. Ma ho l’impressione che ci sono ancora molte remore e molti sospetti da parte dei pastori, almeno quando sono in veste ufficiale. Quanto alla base, se devo giudicare dalla ricezione di quanto vado dicendo e scrivendo, ho l’impressione che l’atmosfera sia molto accogliente.
In quel tempo erano utili. Oggi lo sono? E lo saranno in futuro?
Per il momento credo che possano avere ancora una loro funzione, anche se il mio sogno è quello di una progressiva integrazione delle persone omosessuali nella comunità ecclesiale più larga. Ma i gruppi possono avere senso come un momento particolare di riflessione sul proprio vissuto, a patto che l’omosessualità non diventi né il centro né un’ossessione.
Ma questi gruppi non sono, forse, una ulteriore ghettizzazione delle persone omosessuali nella Chiesa cattolica?
Di fatto ho già risposto a questa domanda. Sono una “necessità” perché l’accoglienza non è ancora così facile, e perché persone che vivono situazioni particolari (p. es. gli adolescenti, i giovani, i fidanzati, i preti, i separati, ecc.) trovano vantaggio in incontri più specifici al di dentro della più larga comunità della Chiesa. Ma tutto ha sempre e solo un valore relativo. L’ideale è quanto detto sopra. Se fossero un ghetto non svolgerebbero la loro funzione, ma quello del ‘ghetto’ è un rischio che corre ogni gruppo, anche di natura ecclesiale!
Ha appena pubblicato “Le mani del vasaio. Un figlio omosessuale: che fare?” (Àncora Editrice, 2004). Il libro aiuta, con serenità e in modo positivo, a fugare le paure infondate dei genitori cristiani di figli omosessuali. Può spiegarci meglio gli obiettivi di questo lavoro e la metafora di comunicazione utilizzata?
Gli stessi indicati nel piano del libro: accogliere, comprendere, aiutare. Si suggerisce una pedagogia che prima di precipitarsi ad “aiutare” sia attenta a smontare pregiudizi di carattere prevalentemente emotivo, e rilegga con occhi più aperti e sereni la condizione omosessuale. La metafora è biblica e ricorda che il vasaio è Dio, e che le sue mani formano le persone come vuole lui: le mani dei genitori e degli educatori devono agire in subordine a quelle di Dio. In pratica: la persona rimane sempre un mistero da scoprire e da rispettare. Il libro ha di mira in particolare genitori cattolici, con tutto quello che nel concreto (mentalità, tradizione, catechesi, ecc.) questo vuol dire.
Quale pastorale “con” le persone omosessuali è possibile oggi nella Chiesa cattolica?
Ho scritto ampiamente su questo in più di un articolo (l’elenco è riportato alla fine del libro). Nella mia prospettiva due sono principalmente gli obiettivi: 1. aiutare la persona a vivere in modo positivo e riconciliato; 2. proporre un cammino di vita di relazione, che abbia come ideale un rapporto di coppia, e una sessualità ben integrata con l’affettività.
È evidente che oggi nella Chiesa cattolica c’è un dissenso crescente riguardo l’omosessualità. Secondo lei, quali sono le cause di questo dissenso?
Penso che tutta la morale sessuale tradizionale sia un po’ in crisi. Ci sono nuove percezioni, sul rilievo della dimensione relazionale della persona, e sul significato relazionale della sessualità. Se non si incamera questo aspetto sarà difficile farsi capire.
Quindi, possiamo dire che il giudizio negativo che la Santa Sede dà sull’omosessualità può essere aggiornato grazie all’apporto delle scienze bibliche e della psiche?
La Bibbia è sempre sotto esame, perché l’interpretazione dipende anche da nuove acquisizione culturale, e dalle domande che noi poniamo al Libro. C’è, come si usa dire, una circolarità ermeneutica, per cui la Bibbia aiuta a leggere la vita, e la vita aiuta a comprendere la Bibbia. Nel caso della sessualità, come in molti altri casi, non tutto quello che dice la Bibbia è immediatamente trasferibile nelle situazioni come le percepiamo noi oggi.
Sembra che il suo libro dica molto di più di quanto vi sia scritto: è un invito a prendersi la responsabilità di essere persone credenti, senza dipendere acriticamente dalla Santa Sede, superando il bisogno di legittimazione dall’alto. Forse questo bisogno indica una non piena accettazione del proprio essere persona omosessuale?
Fin dall’inizio mi ha sempre impressionato il fatto che persone di una certa età soprattutto sembra avessero bisogno della benedizione del papa per qualsiasi cosa facessero. C’è stata in questi ultimi secoli un’enfasi sul Magistero che non ha precedenti nella storia. Ma questo riguarda tutto il modo di intendere la fede e la morale. Non propongo certo l’anarchia, ma un serio e responsabile confronto che tenga conto anche dei dati dell’esperienza. Del resto, l’insegnamento dei pastori non cade già fatto dall’alto, ma è frutto anche dell’interazione con quanto viene dalla base, e in questo senso tale insegnamento può cambiare, e cambia!
Persone omosessuali credenti: non fuori dalla Chiesa, ma dentro la Chiesa e a favore di tutta la Chiesa?
Questo mi sembra semplicemente ovvio. L’adesione a Cristo è il primo criterio di adesione alla Chiesa, e non la propria identità sessuale. D’altra parte la fede si colora anche della singolarità e delle peculiarità delle persone che credono. Anche i gay, da questo punto di vista, hanno qualcosa da dire dentro la comunità cristiana, senza presunzioni né settarismi, ma parlando e ascoltando. Amo pensare la Chiesa come un luogo dove si matura in una fraternità che nasce dal condividere quanto si ha, comprese le proprie fragilità, e dove l’obiettivo è quello di costruire relazioni belle e gioiose tra le persone, nel comune riferimento al Signore di tutti, “che non fa preferenze di persone”.

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di Pasquale Quaranta

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