UNA SONNAMBULA ALLA SCALA

di

La sera della prima, con Natalie Dessay.

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MILANO. Esito imprevedibile(ma non da tutti), quello di ieri sera alla Scala, dove al posto dell’annunciato trionfo indisturbato di Natalie Dessay, la nuova grande star della lirica internazionale, il giovane tenore peruviano Juan Diego Florez ha sottratto la palma alla star francese. Florez, che sostituiva il previsto Raul Gimenez ha dimostrato classe, sicurezza e stile nella parte di Elvino, una fra le più insidiose dell’intero repertorio.

Che i mezzi vocali della Dessay cristallini e argentei, fossero appena sufficienti a reggere una tessitura sì leggera ma pur sempre belcantistica quale quella di Amina, era già previsto da alcuni come il sottoscritto che l’avevano potuta ascoltare al suo debutto nel ruolo, l’anno scorso all’Opéra di Lausanne, un piccolo teatro che non sottoponeva certo il soprano allo sforzo di una sala come quella scaligera.Toccante e a tratti anche commovente comunque la linea interpretativa e la presenza scenica della star francese, delicata e fragile, ma anche personale e sensibile più nei cantabili, ma piuttosto deludente nella coloratura e in generale nelle agilità, che in particolare nel finale non ha saputo sciorinare con quella maestria che da lei si attendeva.

Il tenore peruviano Florez ha invece stupito tutti eseguendo con assoluta disinvoltura, slancio e precisione l’acutissima e impervia tessitura di Elvino una parte quasi sempre evitata da tutti i tenori in quanto definita "ingrata". Non ci soffermeremo sul fraseggio non sempre variatissimo ,ma piuttosto sull’accento aristocratico e su quella nobiltà di pronuncia ormai troppo rara nella maggior parte dei tenori in circolazione. Buone anche le parti "di contorno"fra cui spiccava Michele Pertusi un Conte Rodolfo un pò appannato ma sempre altero "comme il faut"e l’ottima Lisa di Cinzia Forte. Dolenti note invece per la direzione di Maurizio Benini, che pur assecondando sempre i cantanti, non sosteneva adeguatamente gli ensemble e i concertati in cui l’ampiezza dell’arcata belliniana spesso latitava. A lui va attribuito comunque il grande merito di avere eseguito la partitura nella sua completezza, riaprendo tutti i tagli e facendo eseguire ogni "da capo "con le dovute variazioni secondo il gusto degli interpreti e secondo la tradizione belcantistica. Note ancora più dolenti per la nuova produzione di Pier’Alli, che pur nell’importanza di una stilizzazione accurata non ha saputo trasmettere quella fatata atmosfera elegiaca che nella pastorale semplicità di un paesaggio alpino dovrebbe trovare la più completa realizzazione. Scene che sembravano essere tratte piuttosto da un quadro di De Chirico ma che dell’alpestre tranquillità ricordavano assai poco.Eleganti invece i costumi. Diverse contestazioni al termine sia per il regista che il per il direttore e trionfo per i cantanti.

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