USA: SCONTRO SULLE NOZZE GAY

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Per l'Alta Corte del Massachusetts è anticostituzionale negare il diritto al matrimonio alle coppie omosessuali. Ma le proteste non mancano. E i politici non vogliono schierarsi.

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BOSTON – La notizia con cui hanno aperto ieri sera tutti i maggiori telegiornali delle reti televisive americane è che la più alta corte di giustizia del Massachusetts ha stabilito che è contrario alla Costituzione impedire a due persone dello stesso sesso di potersi unire in matrimonio. Il caso era stato presentato da sette coppie gay e lesbiche che si erano vista rifiutata dalle autorità la licenza matrimoniale. La decisione, attesissima, è stata accolta comprensibilmente con grande soddisfazione dalla comunità GLBT americana ed è già stata definita storica, perché costituisce un precedente a cui da ora in poi si potrà fare riferimento.
L’avvocato delle coppie ricorse in appello, Mary Bonauto, ricordando che per la legge tutti i cittadini hanno uguali diritti, ha detto: “Uguale significa uguale e la Costituzione non prevede eccezioni per i gay. Per le coppie formate da gay e lesbiche vale dunque la legge comune.”

Tra le coppie in questione c’è quella formata da Julie Goodridge e dalla sua compagna (foto): «Crediamo che la nostra unione meriti di poter usufruire delle protezioni offerte dall’istituto matrimoniale e dopo 16 anni e mezzo insieme Hillary ed io avremo finalmente la possibilità di poterci sposare e proteggere così la nostra famiglia». Per le due donne la decisione della corte va nella direzione di poter riconoscere loro gli stessi diritti e doveri delle coppie etero sposate, compresi pieni diritti parentali nei riguardi della loro figlia di 8 anni Annie. La Corte, nel caso specifico, ha riconosciuto che la loro duratura e stabile relazione merita le stesse tutele legali, gli stessi benefici e sicurezze di ogni altra coppia sposata.
Scrivendo a nome della maggioranza il giudice capo Margaret Marshall definisce il matrimonio civile come «la volontaria unione di due persone come consorti, ad esclusione di tutti gli altri. Il voler escludere un individuo dalla protezione, benefici ed obblighi del matrimonio civile solo perché quella persona sposerebbe qualcuno del suo stesso sesso viola la Costituzione del Massachusetts». La decisione in materia, aggiunge il giudice Marshall, «non intacca il valore fondamentale del matrimonio nella nostra società». La corte ha stabilito inoltre che non è possibile bloccare il rilascio di licenze matrimoniali e ordinato ai legislatori di tale Stato per ridefinire la legge vigente entro 180 giorni. Altri processi giudiziari simili sono in corso in altri Stati dell’unione.
Ovviamente si sono prontamente levate le voci di protesta dei conservatori e dei movimenti a matrice religiosa che non vedono altro concetto legittimo di matrimonio al di fuori di quello tradizionale. Peter Sprigg, del Family Research Council, è allarmato: «Il matrimonio è un istituto sotto assedio nel nostro paese ed è tempo che la gente si erga in sua difesa. Chiederemo espressamente ad ogni pubblico ufficiale ed ogni candidato a cariche pubbliche, ad ogni livello nel governo, di prendere posizione in riguardo al matrimonio».

Controbatte sul versante opposto Barney Frank (foto), membro del Senato americano, apertamente gay: «Come può la decisione di due uomini o due donne, che si amano, di unirsi anche legalmente oltre che affettivamente, togliere qualcosa dalla vita altrui? Credo che ora nel Massachusetts abbiamo la possibilità di dimostrare alla gente che la risposta e che non facciamo del male e non togliamo niente a nessuno». Il governatore repubblicano del Massachusetts Mitt Romney ha invece detto che lavorerà ad un emendamento che modifichi la Costituzione, specificando che per matrimonio si intende l’unione tra un uomo e una donna.
L’eco della notizia si è già fatto sentire ben al di fuori dei confini dello Stato in questione ed è probabile che l’argomento diverrà uno dei punti caldi della prossima campagna presidenziale. George W. Bush è al momento nel Regno Unito, nel tentativo diplomatico di mettere qualche puntello alla sua traballante immagine sul piano internazionale (peraltro accolto a Londra da migliaia di protestanti pacifisti). Bush, che si autodefinisce un “reborn christian“, sa bene quanto l’elettorato di fede cristiana sia importante per la sua rielezione e già nel luglio scorso aveva chiarito che per lui l’unico matrimonio concepibile è quello tra un uomo e una donna.

E’ evidente che, nonostante la decisione dell’Alta Corte di questo Stato, per le coppie gay e lesbiche in cerca di un riconoscimento legale la strada per pari diritti e dignità, è ancora lunga. Nelle aule di giustizia le vittorie non sono mancate, ma di fronte alle sentenze dei giudici che ribadiscono che si devono riconoscere le unioni per coppie dello stesso sesso i legislatori rispondono di non volerle appoggiare. Serve un arbitro e questo negli Stati Uniti alla fine è sempre la Corte Suprema. Uno dei punti più dibattuti in questo vero e proprio scontro tra culture riguarda l’utilizzo del vocabolo “matrimonio“. In America anche la maggior parte dei Democratici non se la sentono di dare il loro appoggio al cosiddetto “matrimonio gay“: il candidato democratico alle presidenziali Richard Gephardt, che pure ha una figlia apertamente lesbica, ribadisce di dare il suo appoggio per le Unioni Civili tra persone anche dello stesso sesso ma non vuole sentir parlare di “matrimonio“. Sulle stesse posizioni sono anche molti altri politici democratici, come John Kerry e Howard Dean, quest’ultimo firmatario di una legge in materia nel Vermont, la prima del genere negli Stati Uniti: «Il nostro Atto dice che il matrimonio è l’unione tra un uomo e una donna, ma gay e lesbiche possono avere gli stessi diritti di chiunque altro».
Il che è vero, ma solo fino ad un certo punto: infatti il matrimonio tra due persone è riconosciuto a livello federale, quindi in tutti gli USA, mentre le unioni civili hanno validità solo nello Stato nelle quali sono state formalizzate. Non pare una differenza di poco conto, soprattutto nel contesto di un modello di economia dove si punta molto nella mobilità anche nel campo del lavoro, spesso da uno Stato all’altro.

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