VENEZIA 2000: TRIONFANO IL CERCHIO E IL TRIANGOLO (ROSA)

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Premiati alla 57esima mostra del cinema due dei tre film gay in concorso. Leone d’Oro all’iraniano ‘Il Cerchio’ di Jafar Panahi. Coppa Volpi per il miglior attore a...

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VENEZIA – Cerimonia di chiusura finalmente senza gaffes per la 57a Mostra Internazionale del Cinema di Venezia: come da previsione ha vinto il bel film iraniano ‘Il Cerchio’ di Jafar Panahi, una ‘ronde’ schnitzleriana per otto donne di Teheran imprigionate nella loro tremenda condizione sociale (una donna sola non puo’ comprare sigarette, prendere l’autobus, affittare una stanza, abortire). Il regista ha auspicato che il film riesca a essere visto in Iran e possa servire a far conoscere la situazione femminile del suo paese all’estero anche grazie a questo riconoscimento. Gran premio della Giuria – questo a dir la verità un po’ inatteso, viste le imperfezioni del film – a ‘Before Night Falls’ (Prima che scenda la notte) di Julian Schnabel, storia toccante dello scrittore gay Reinaldo Arenas perseguitato dal regime castrista e esiliato negli Stati Uniti in cui morirà di Aids, interpretata magnificamente da Javier Bardem a cui è andata la Coppa Volpi come miglior attore. Schnabel, che nella vita era amico di Arenas e si è presentato sul palco col suo caratteristico pareo etnico a mo’ di gonna, ha esclamato sorpreso: ‘E’ incredibile, io sono sempre stato fanatico di cinema ma non sono un regista, sono un pittore. E’ tutto un sogno, grazie Reinaldo che ci guardi da lassù.’ Inoltre spera che ‘il premio possa risvegliare le coscienze a Cuba ma non solo. Mia moglie è basca, è stata dieci anni in esilio per colpa di quel cazzo di Franco’.

Bardem ha invece ricevuto la Coppa Volpi commentando ironicamente: ‘così potrò berci un sacco di vodka’ e prima di salire sul palco ha baciato sulla bocca il regista Schnabel.

Un altro film su uno scrittore omosessuale ha vinto un premio, ‘La vergine dei sicari’ di Barbet Schroeder, sull’amore tra un cinquantenne disilluso e un ragazzino nella violentissima Medellin colombiana, a cui è andata la Medaglia d’Oro della Presidenza del Senato. Di Schroeder la più bella battuta della serata: ‘Speravamo nel premio alla miglior attrice protagonista’ (nel film ci sono solo maschi e per lo più gay).

Il cinema italiano che patriotticamente già riposava sugli attori sicuro di un premio maggiore – ma i film belli erano solo due su quattro, ‘I cento passi’ e ‘La lingua del santo’, ha avuto il riconoscimento per la migliore sceneggiatura proprio per ‘I cento passi’ di Marco Tullio Giordana.

Miglior attore emergente la bambina del film Liam di Stephen Frears che si chiama Megan Burns: il suo cognome significa ‘brucia’ e nel film va letteralmente a fuoco. Miglior regia per l’indiano Buddhadeb Dasgupta e il suo film ‘Uttara’ (I lottatori) mentre il premio per l’opera prima è andato a ‘La faute à Voltaire’ dell’algerino Abdel Kechiche.

Un palmares più politico che artistico (un forte messaggio contro i regimi totalitari, le dittature, tutte le forme di oppressione sociale) capace di mettere in evidenza l’impegnata vitalità di un cinema gay che racconta storie interessanti e veritiere senza alcuna ipocrisia.

Ignorato dalla giuria il coraggioso ‘O Fantasma’ di Joao Pedro Rodrigues che è stato uno degli eventi del festival e ha destato pruriginose curiosità negli spettatori per le scene di sesso gay esplicito e una tuta di lattice che ha evocato in alcune critiche un po’ superficiali Fantomas, L’Uomo Ragno e persino Dorellik. I fantasmi sono stati anche uno dei leit motiv di questo festival umbratile: il fantasma che perseguita Michelle Pfeiffer nel thriller dilatato ‘What lies beneath’ di Robert Zemeckis, il fantasma della moglie uccisa nel bellissimo e ricorsivo ‘Memento’ di Christopher Nolan con un Guy Pierce (Adam in ‘Priscilla’) dimagrito e tatuatissimo, il fantasma della solitudine e dell’amore via Internet nel riuscito ‘Thomas est amoureux’ di Pierre-Paul Renders, un’ora e mezza in soggettiva di un agorafobico che non esce di casa da otto anni e comunica solo col computer in un futuro prossimo venturo, gli spettri concettuali dell’analisi combinatoria sulla possibilità di vite diverse nel matematico e astratto ‘Possible Worlds’ di Robert Lepage con un’algidissima Tilda Swinton, le mancate apparizioni di moltissime star, da Johnny Depp a Jennifer Lopez, da Hugh Grant a Scorsese, dall’attrice Rose Byrne che non è venuta a ritirare la Coppa Volpi come miglior attrice per ‘La dea del 1967’ di Clara Law fino alla defezione in conferenza stampa di una fischiatissima Claudia Schiffer.

Il cinema gay ha avuto la sua riscossa anche fuori dal concorso, dove si sono potute vedere molte opere interessanti: ‘Plata Quemada’ (Soldi bruciati) di Marcelo Pineyro, gangster story argentina in salsa melò tratta da un fatto vero in cui i bellissimi Angel e Nene sono rapinatori e amanti, ‘Oshima ‘99’ di Naoe Gozu, testimonianza dal set del film sui samurai omosessuali ‘Gohatto’ del grande maestro giapponese Nagisa Oshima, dove scopriamo i timori di un Takeshi Kitano col volto segnato dai suoi tipici tic nello sbagliare battute davanti a un regista severissimo e semiparalizzato da un ictus ma capace di inaspettate tenerezze come una festa e un regalo al bellissimo attore sedicenne nel giorno del suo compleanno; lo stimolante e creativo ambiente della Factory di Andy Warhol in ‘Pie in the Sky – the Brigid Berlin Story’ di Vincent e Shelly Dunn Fremont, storia dell’attrice miliardaria e bulimica Brigid Berlin, musa di Andy Warhol, grassissima e ribelle negli anni ’60 (arrivò a pesare 120 kg), ora una elegante signora borghese di sessant’anni che pesa 56 kg, figlia di una famiglia conservatrice che la rinnegò, strumentalizzata politicamente dalla sinistra democratica, eroinomane e esibizionista, artista che immergeva i seni nella vernice e li stampava su tela, autrice del ‘Libro del Cazzo’ in cui faceva disegnare membri colorati da personaggi famosi. In ‘Tillsammans’ (Insieme) di Lukas Moodysoon, autore di ‘Fucking Amal’, si parla invece di una comune negli anni ’70 in cui ci sono un ragazzo gay, una lesbica e un indeciso, si pratica il sesso libero e ci si divide tutto; in ‘Rosatigre’ di Tonino De Bernardi un ragazzo napoletano, Antonello, si trasferisce a Torino dove batte il marciapiede travestito da donna e viene cercato dall’amico Sasà che vuole riportarlo a Napoli.

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