Viola Davis: l’attrice che ha ridefinito il modo di raccontare le donne in TV

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Il talento e la forza di una delle attrici afroamericane più affascinanti.

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La prima volta che vidi Viola Davis è stato nel film Il Dubbio, film indipendente che riprendeva la celebre pièce teatrale. La Davis, allora, era un’attrice sconosciuta al grande pubblico, ma con una sola scena, riuscì a farsi notare in mezzo ad un cast di giganti (Meryl Streep, Philip Seymour Hoffman, Amy Adams), portandosi a casa la prima nomination agli Oscar come attrice non protagonista.

 

Dopo qualche anno la ritrovammo nell’incantevole The Help di Tate Taylor, film su razzismo e segregazione, nel quale interpreta – magistralmente – il ruolo di una domestica afroamericana che lavora presso una famiglia bianca crescendo i figli degli altri, lei che il suo lo ha perso tragicamente. Seconda nomination agli Oscar, questa volta da protagonista, e la conferma che Viola Davis non è semplicemente una brava attrice drammatica, ma possiede la forza espressiva che soltanto le grandi interpreti hanno. Certo, manca ancora l’ambita statuetta dorata, ma pare che quest’anno ci siano buone possibilità per il suo ruolo in Fences, dramma diretto e interpretato da Denzel Washington, già portato dalla stessa coppia a Broadway (alla Davis valse il secondo Tony). A pensarci bene, però, il cinema non è stato così generoso con Viola. I ruoli che le sono capitati fra le mani sono tutti riconducibili al range di possibilità a cui una brava attrice di colore può aspirare: domestiche, madri di bambini abusati, donne tossicodipendenti.

È invece la TV, con la serie How to get away with a murder  Le regole del delitto perfetto, che le regala la possibilità di esprimere in pieno le proprie straordinarie potenzialità attoriali, uscendo dai cliché. Il personaggio in questione è quello di Annalise Keating, tutto il contrario di quello che ci si aspetterebbe per un’attrice come Viola. Avvocata senza scrupoli, professoressa di legge, moglie infedele, bisessuale senza complessi, materna e protettiva con i propri allievi, spietata con i nemici. La complessità del personaggio è il vero plot della serie, che ad ogni puntata ne rivela sapientemente una sfumatura inattesa. La Davis abita il personaggio senza timori, lasciandosi andare completamente, con un coraggio da leonessa. In una scena memorabile, si toglie parrucca, ciglia finte e make up, rivelando al pubblico l’essenza del personaggio, le sue fragilità, ma anche la sua straordinaria forza.

“Ho visto in quel ruolo l’opportunità di fare qualcosa di più che un buon lavoro” racconta Viola in una conversazione con Tom Hanks per Variety. Ovvero l’opportunità per liberarsi di definizioni e stereotipi, per superare i limiti, smettendo finalmente di sentirsi in colpa. Una possibilità che non riguarda soltanto lei, ma attraversa un’intera generazione di attrici che appartengono a minoranze etniche e che oggi possono prendere la palla al balzo ed esprimere in pieno il proprio talento in TV (Prianka Chopra, Mindy Kaling, Laverne Cox, Regina King o Uzo Aduba, per citarne solo alcune).

“Ciò che separa le donne di colore da tutte le altre sono le opportunità” disse Viola, ricevendo come prima donna afroamericana nella storia l’Emmy per la miglior attrice in una serie televisiva drammatica, “Non si può vincere un Emmy per ruoli che semplicemente non esistono”. Niente di più vero. Se Annalise esiste, per esempio, va ringraziata quel genio di Shonda Rhimes, produttrice televisiva di serie TV (da Grey’s anatomy a Scandal) che ha fatto della promozione delle differenze il proprio marchio di fabbrica e la chiave del suo successo.

Shonda è partita da una considerazione abbastanza banale: grandi fette del pubblico televisivo non viene rappresentato negli show dei grandi Network, subendo un’invisibilità forzata nella cultura popolare del Paese. Ecco che allora negli show prodotti da Shonda, i personaggi appartenenti a minoranze – siano esse etniche, di credo religioso, LGBTIQ-  acquistano finalmente una centralità e una multidimensionalità fino ad ora sconosciute. Non vengono cioè confinati nei ruoli secondari e nel già visto, con l’amico gay perennemente sensibile o l’amica afroamericana sempre divertente. Le donne protagoniste, poi, smettono di essere tutte uguali: bianche, bionde, eterosessuali, magre e (possibilmente) giovani. Non si tratta di una scelta meramente estetica, piuttosto rivela un preciso significato politico: la volontà di rompere quel velo che ha costretto per decenni alla marginalità milioni di donne con diverse origine etniche, orientamenti sessuali, corporature.

Questa rinnovata visibilità delle differenze interroga finalmente quello che gli studiosi chiamano intersezionalità, ovvero come la storia di ognuno di noi sia il prodotto di molteplici “intersezioni” fra diversi categorie sociali (per esempio genere e razza). In questi crocevia di esperienze si snodano spazi di opportunità infiniti per scrittori, attori e registi, che i tempi della serialità televisiva possono narrare la meglio: per ogni intersezione c’è infatti una storia che merita e deve essere raccontata. Annalise Keating per esempio è una donna nera, che deve affrontare razzismo e misoginia, ma è anche una donna di potere, diventata ricca, dopo un’infanzia costellata da povertà, ed è bisessuale. Ognuna di queste caratteristiche aggiunge un tassello alla complessità del personaggio.

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