VISIBILI A PARIGI

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Degel, l'associazionismo gay nella Ville Lumiére. "Organizzazione capillare e forte, l'accoglienza dei nuovi arrivati in primo piano": una testimonianza diretta.

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Parigi è una città-mito per le lesbiche italiane e non solo. Sarà lo charme lasciato dagli anni ’20: les salons littéraires, dove passavano le loro giornate artiste libere e spregiudicate come Gertrude Stein, Colette e Nathalie Barney.

O forse sarà solo il fatto che Parigi ha fama di essere una città "tollerante" e aperta, una specie di metropoli del progresso.

Ho avuto la fortuna di passare un anno della mia vita a Parigi e quando vi sono arrivata ero carica di tutti i miti lesbici e letterari e cinematografici.Insomma, mi sentivo piena di aspettative nei confronti di quella che consideravo La Città.

Ora, con un po’ di distanza da quel primo giorno, posso dire che non sono rimasta delusa anche se, nella vita di tutti i giorni, Parigi non è così magica, ma è soltanto una metropoli efficiente e molto affascinante.

Ho cercato subito un contatto con le associazioni omosessuali. Non è stato per nulla difficile: la zona universitaria era tappezzata di manifesti con numeri di telefono e un appuntamento settimanale in un bar davanti all’università.

L’associazione si chiamava, e si chiama Degel. Non appena arrivata sono stata "accolta" in maniera molto professionale: mi è stato spiegato da quando e perchè l’associazione esisteva, la sua organizzazione interna, e quali erano le attività politiche e ricreative. Ricordo che mi è stata data una fotocopia con tutte le iniziative e i numeri di telefono dei partecipanti e una copia del giornalino interno. Rimasi molto impressionata dalla vastità di cose di cui Degel si occupava.

In effetti, scoprii in seguito, frequentando regolarmente Degel, che la sua struttura organizzativa era molto forte, c’era un presidente, un vicepresidente, un tesoriere, un segretario e alcune "commissioni": una che organizzava le uscite ricreative, una che si occupava della radio ( Degel cura una emissione su una radio cittadina ), una che si occupava del sito internet e della pubblicità e una che si occupava dell’accoglienza, con tanto di corsi interni di formazione per apprendere a mettere a proprio agio i nuovi arrivati.

Era per me qualcosa di molto diverso rispetto all’esperienza nelle associazioni italiane: l’organizzazione di Degel era così capillare e forte, l’importanza data all’accoglienza dei nuovi arrivati era messa in primo piano.

La sera stessa del loro arrivo, i nuovi arrivati venivano subito coinvolti nelle attività ricreative, era infatti prevista una piccola gita nel centralissimo quartiere Marais, il quartiere omosessuale di Parigi.

Ecco qualcosa che davvero fa la differenza: l’esistenza di un intero quartiere, all’interno del quale tutti i bar e i locali sono gestiti e frequentati da gay e lesbiche. Una miriade di pub per gay, quattro bar per lesbiche, discoteche, due librerie (aperte fino a mezzanotte!) contenenti solo libri e riviste a tematica omosessuale. Il Marais pullula di gente a tutte le ore del giorno e della notte, è un quartiere vivo e giovane, perchè coincide anche con il quartiere "branché", alla moda.

Ricordo di alcune discussioni avute con degli amici a proposito del Marais: chi era convinto che l’esistenza di un quartiere omosessuale rappresentasse un’auto-ghettizzazione, chi ne esaltava l’importanza politica.

Personalmente penso che sia molto importante la presenza di una comunità gay e lesbica forte, che sia visibile anche sul territorio, del resto questo serve anche a dare a tutti gli omosessuali una sorta di consapevolezza del fatto di non essere soli, ma di essere così tanti da poter riempire un quartiere, dove si possa esprimere liberamente una cultura che non credo abbia modo di esprimersi se non in alternativa a una cultura eterosessuale dominante. Del resto ho sempre pensato al Marais come un nucleo intento ad espandersi, piuttosto che come a un ghetto chiuso e immobile.

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Nonostante ciò, non me la sento di negare che il quartiere omosessuale rappresentasse, almeno per me, una specie di isola di relax, un rifugio.

Quando venivamo infastiditi per la strada, ricordo che ci dicevamo: andiamo nel Marais! Perchè sapevamo che il fatto di essere in tanti tutti su una certa area protegge e isola nello stesso tempo dalla aggressività della società. Perchè non è completamente vero che a Parigi "certe cose non succedono", succedono meno, forse, perchè nelle metropoli tutti godiamo di una certa invisibilità, ci si confonde tra la folla immane di persone e si acquista quella anonimità impensabile nelle nostre piccole città italiane.

Del resto quando si perde questa anonimità, e ci si azzarda ad "uscire" allo scoperto…

continua in seconda paginaDel resto quando si perde questa anonimità, e ci si azzarda ad "uscire" allo scoperto in ambienti più ristretti, anche all’interno della metropoli gli episodi di intolleranza non mancano. Ricordo le aggressioni subite nel cortile dell’università quando stavamo facendo pubblicità per "una giornata contro l’omofobia" organizzata da Degel: una serie di conferenze e di incontri con gli studenti, nell’intento di rompere il silenzio sull’intolleranza dilagante tra i giovani.

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