WORLD GAY PRIDE: CATTOLICI, SFILATE CON NOI

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Ogni buon cristiano dovrebbe partecipare al Gay Pride di Roma: il portavoce del "Coordinamento Gruppi Omosessuali Cristiani in Italia" sottolinea come sfilare a fianco dei gay significhi mettersi...

Nei giorni scorsi sono stati numerosi gli interventi di quanti, con un’autorevolezza senz’altro maggiore della mia, hanno difeso il World Gay Pride 2000 in nome dei valori di libertà sanciti dalla Costituzione italiana e dei principi di laicità dello Stato che sostengono una democrazia moderna.

In quanto omosessuale e in quanto cittadino italiano non posso che sottoscrivere tali interventi. In quanto uomo di fede che vede nella Chiesa cattolica un ‘segno efficace’ dell’amore di Dio per ciascuno di noi mi permetto di suggerire alcuni ulteriori elementi di riflessione che, per semplicità, ho deciso di strutturare in due brevi note.

Nota Prima

Il lungo lavoro di preparazione al grande Giubileo del 2000 era partito da un’intuizione profetica di Giovanni Paolo II: cogliere le suggestioni evocate dalla fine del millennio, per certificare definitivamente l’avvenuta riconciliazione tra la Chiesa cattolica e la modernità. In questo senso vanno letti i numerosi riferimenti con cui, negli ultimi tre anni, il magistero pontificio ha chiesto scusa per alcuni episodi ‘poco evangelici’ che macchiano la storia della Chiesa. A parole abbiamo assistito a un crescendo di attestazioni con cui la Santa Sede riconosceva gli errori del passato con una decisione che sembrava quasi non tener conto del fatto che certe nefandezze altro non erano se non figlie del clima di intolleranza tipico di certe epoche: clima che la Chiesa cattolica aveva forse alimentato e, di certo, non aveva saputo respingere in nome di un vangelo che condanna sempre e comunque l’intolleranza, clima, però, di cui la Chiesa cattolica non poteva essere ritenuta l’unica responsabile.

Purtroppo i recenti fatti che hanno visto la Segreteria di Stato vaticana in prima linea contro lo svolgimento del World Pride 2000 a Roma dimostrano che le intuizioni di Giovanni Paolo II sono state recepite solo in parte e non hanno generato nelle gerarchie vaticane un vero atteggiamento di conversione: a cosa vale chiedere perdono per le colpe del passato se poi si continuano a dimostrare la stessa prepotenza e la stessa intolleranza che di queste colpe erano state la vera causa? Qualcuno potrebbe osservare che le richieste attuali della Santa Sede assomigliano poco agli ‘auto da fé’ del passato, perché un conto è mandare al rogo la gente che non la pensa come te, un conto è impedirle di scendere in strada per manifestare la propria ‘diversità’. E’ vero che c’è una differenza, ma se guardiamo bene ci accorgiamo che questa differenza non è nell’atteggiamento della Chiesa cattolica che, sempre e comunque, chiede al potere secolare di dare seguito alle sue deliberazioni. La differenza sta solo nella diversa crudeltà dei tempi in cui ci troviamo: come non pensare ai tanti eretici che venivano affidati al ‘braccio secolare’ per essere bruciati al rogo quando si sentono ecclesiastici importanti dire che: “La decisione di sospendere o meno la manifestazione del World Pride 2000 è di competenza delle autorità italiane” ovvero del ‘braccio secolare’ di oggi? Ora come allora si chiede all’autorità civile di sospendere alcuni diritti in nome di non meglio identificabili motivi legati al buono svolgimento delle manifestazioni collegate al Giubileo. Che poi il potere civile non ricorra più ai roghi, ma si limiti alle ordinanze della questura non è un merito della Chiesa cattolica, ma il risultato di un processo storico contro cui la Chiesa stessa si era battuta (pur senza successo) poco più di un centinaio di anni fa (chi se lo fosse scordato vada a rileggersi il ‘Sillabo’ pubblicato l’8 dicembre del 1864 in appendice all’Enciclica ‘Quanta Cura’ di Pio IX). Andare al World Pride e sfilare con gli omosessuali significa quindi lavorare perché lo spirito con cui era stato indetto il Giubileo non venga tradito dalle paure e dalle macchinazioni di certi ambienti della Curia vaticana.

Nota Seconda

Nella Bibbia il Giubileo coincideva con la remissione di tutti i debiti: si sanciva così il primato dell’alleanza tra Dio e il suo popolo su tutti i contratti umani. Analogamente la tradizione della Chiesa ha visto nella celebrazione del Giubileo un’occasione privilegiata per vivere la riconciliazione. Ma cos’è la ‘riconciliazione’? Se andiamo a vedere l’etimologia di questa parola ci accorgiamo che deriva da un termine latino che significa ‘richiamare in concilio’, riunire, cioè, delle realtà fra loro differenti affinché entrino in dialogo fra loro. Con questo spirito di ‘riconciliazione’ credo che sia stata pensata la cerimonia che, all’inizio di quest’Anno santo, ha visto la partecipazione di esponenti di numerose chiese cristiane all’apertura della porta santa nella basilica di San Paolo. Riconciliarsi significa quindi ‘ritrovarsi’, incontrarsi e riconoscersi a partire dalle proprie diversità che non vanno nascoste, ma che vanno offerte agli altri per quello che sono. Appiattire tutto in un’omogeneità imposta dall’altro significa uccidere qualunque atteggiamento di riconciliazione, perché la riconciliazione viene alimentata proprio dalla diversità. Eppure è stata la Santa Sede, quella stessa Santa Sede che ha organizzato il Giubileo e che ha giustamente richiamato il suo profondo significato di ‘evento di riconciliazione’, che ha chiesto di eliminare un episodio che, nella sua diversità, è senz’altro uno dei più formidabili momenti di riconciliazione che il 2000 offre alla città di Roma. L’esperienza di quanti, lesbiche e gay, transessuali e transgender, decidono di sfilare per le strade di una città che è sotto i riflettori del mondo per affermare senza ipocrisie la loro diversità è il primo passo di un autentico cammino di riconciliazione. Essere quello che realmente si è e accorgersi di essere comunque accolti con questa propria diversità è la sfida più grande che il movimento omosessuale poteva vivere durante questo anno giubilare. Accogliere con ‘delicatezza e con rispetto’ le persone omosessuali (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica 2358) sarebbe stato per la Chiesa romana un’occasione formidabile per dire che certe posizioni della teologia morale non nascono da un rifiuto. E invece c’è stato qualcuno che ha iniziato a dire che una manifestazione in cui gli omosessuali mostrano il loro volto non è compatibile con la celebrazione, a Roma, del Giubileo, e a chiedere la sospensione per ‘ragioni di evidente buon senso’ di alcuni diritti sanciti dalla stessa Costituzione italiana.

Quale attacco più diretto poteva essere portato avanti nei confronti della diversità, e di quella riconciliazione che dovrebbe invece ispirare le prese di posizione della Chiesa cattolica durante questo Anno santo? Sembra quasi che alla Chiesa gli omosessuali facciano paura nella misura in cui si dichiarino tali, abbandonando l’ipocrisia e scegliendo una strada di verità. Sembra che in Vaticano si siano dimenticati che Gesù, nel Vangelo, mentre non parla mai di omosessualità, parla molto spesso di ipocrisia e, quando ne parla, la condanna sempre con parole inequivocabili. Sembra che a certi ecclesiastici stia più a cuore la difesa della sana ipocrisia borghese di chi ‘fa certe cose ma non lo dice’, che la proclamazione di un messaggio evangelico che chiama gli ipocriti ‘sepolcri imbiancati’. Andare al World Pride 2000 e lavorare per la sua riuscita significa mettersi al servizio dei quello ‘spirito di riconciliazione’ che dovrebbe animare l’Anno santo, uno spirito che non si raggiunge eliminando le differenze, ma facendole emergere e mettendole in dialogo fra loro. Partecipare al World Pride 2000 e sfilare insieme ai tanti omosessuali che diranno chiaramente di essere quello che sono, significa vincere finalmente l’ipocrisia e, con essa, il fumo di Satana che, come diceva Paolo VI, è entrato nella Chiesa e ha portato molti a confondere il bene con il male.

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