Ecco il mio Pannella: mistico bardo, profeta di speranza

Non ho mai preso la tessera radicale. E oggi è un cruccio, anche se – ora più che mai – si potrà e dovrà rimediare. Ma ho preso tanto da Marco Pannella. E certamente poco, in proporzione, al di là delle lacrime che spontanee sono scese ieri pomeriggio, ho saputo restituire.
C’è stata tanta vita attorno a Marco Pannella, coincisa con la mia.
Prepolitica, decisamente. La vita di un ragazzino, ancora scolaro, o appena immatricolato all’università, poco oltre i diciott’anni, che dalla provincia, dai Castelli Romani, approdava a Roma e passava ogni tanto a via di Torre Argentina. Sede mitica. Nella quale più volte mi sono perso pressoché indisturbato, lasciando viaggiare le idee e i pensieri in quel salone enorme, ricco di storia, storie e quadri dove anche le sedie avrebbero potuto parlare, oltre che le pareti.
Mi sono aggirato tanti pomeriggi, serate, in quello spazio-galassia radicale. Partecipando a più di qualche riunione dei Radicali Roma. Ricordando nomi e volti che poi sono cresciuti nel partito di Pannella, attorno e vicino a lui. Su tutti Daniele Capezzone, che poi ho reincontrato in Forza Italia, Marco Cappato, che oggi fa il candidato sindaco a Milano e tra i suoi uomini in lista nei municipi ha anche il bravo vicepresidente di GayLib, Luca Maggioni, un altro liberale indomito e politicamente apolide che più di una volta, come me, attorno ai Radicali e ai pensieri di Marco Pannella si è sentito a casa. Perché quello è lo strano effetto che mi ha sempre fatto Pannella: riuscire a farmi sentire a casa senza che nemmeno me ne fossi reso conto.
Così ripenso – e come non farlo – ai tanti amici che pregni di storia radicale mi hanno contagiato di passione e hanno battezzato “radicale” pure me, prima ancora che io stesso lo capissi e lo confessassi a me stesso come il più dolce dei peccati.
E quindi eccoli i volti che tornano: il caro e con me sempre gentile Sergio Rovasio che ho visto spendersi per il partito, per la sua, nostra, idea fino allo spasimo. Spesso, spessissimo proprio a fianco di Marco Pannella.
E poi i miei due zii acquisiti che hanno incrociato la mia vita sottoponendomi a un intensivo ma mai aggressivo shock radicale: Claudio Mori, oggi presidente della Fondazione Massimo Consoli che io conobbi quando ancora prestava servizio, una meraviglia di lavoro a cavallo con una militanza anima e corpo, a Radio Radicale. Vicino a lui la consorte e compagna di una vita, radicale anch’essa: l’indomabile e tenerissima al contempo Alba Montori.
Quanti racconti di vita radicale, anche da parte loro.
E ancora, non da ultimo, il mio bravo collega giornalista, Christian Poccia, prima collaboratore come me a L’Indipendente rinato nei primi anni Duemila, poi amico fraterno e postfatore del “Diario di un mostro”, l’omaggio insolito che mi sono onorato di scrivere a quattro mani con Massimo Consoli nel decennale della scomparsa del poeta Dario Bellezza.
Un altro, Dario, per niente politico che, pure, andando a scovare nella sua vita, ho ritrovato in via di Torre Argentina. Le uniche riunioni di partito alle quali si sia sentito di prendere parte. Ci sono testimonianze fotografiche degli anni Settanta.
E come non ricordare, attorno a Pannella, il mancato appuntamento più terribile. Quello di Pasolini al congresso del 1975 nel giorno della sua morte. Il discorso che PPP avrebbe fatto di fronte all’assise radicale era già pronto ma, dannatamente, non ha avuto il tempo di pronunciarlo per colpa del drammatico incontro con la straziante e mai del tutto chiarita fine, la notte tra l’1 e il 2 novembre, all’Idroscalo di Ostia.
Eppure io Pannella a via di Torre Argentina non l’ho mai incontrato. Se non una volta, forse di sfuggita, per la strada.
Nella sede dei Radicali ricordo una indaffaratissima Rita Bernardini e una ancora piccola Mariangela Mascioletti, con la quale ho condiviso anche il percorso successivo, post-radicale, ovvero l’esperienza “riformatrice liberale” nel centrodestra berlusconiano a fianco a Benedetto Della Vedova, che di Pannella per lunghi anni fu il competitor interno. Erano con noi anche formidabili radicali, riformatori liberali (ma non socialisti, come invece non ha mai smesso di professarsi lo stesso Pannella) quali Marco Taradash, Peppino Galderisi e Carmelo Palma. Una scissione, di fatto, che tuttavia avvenne senza mai rinnegare il guru, il grande vecchio, Pannella, che tale rimase.
Mai, infatti, ho assistito o saputo di scazzi pubblici tra i capi del nostro gruppo e il caro Marco. Che pure di scene madri, rigorosamente in pubblico, ne sapeva offrire: ne sanno qualcosa Daniele Capezzone, il giornalista Massimo Bordin, la voce per eccellenza di “Stampa e regime”, rassegna stampa mattutina di Radio Radicale che nelle conversazioni domenicali in diretta radiofonica hanno subito processi senza appello e defenestrazioni sconvolgenti. Perché Pannella era, indubbiamente, anche questo. Tutto in streaming, senza filtro, anche quando non era affatto conveniente mostrarsi. Un vero precursore in questo – non è sbagliato dirlo – del MoVimento 5 Stelle che, in tal senso, dunque, non ha inventato granché.
I miei ricordi con Pannella, fisicamente presente, li ho però nelle piazze dei diritti civili. Sul carro radicale di Certi Diritti al Gay Pride di Torino nel 2006 o nelle numerose manifestazioni per le unioni civili.
In una delle ultime, ormai qualche anno fa, ebbi una simpatica discussione con lui sul mantello marrone col quale si presentò.
Alla mia domanda precisa :”Marco, ma che splendido mantello hai?!?” Mi rispose argomentando come non riusciva a non fare, nemmeno in occasioni giocose: ”Per venire qui oggi ho deciso di bardarmi, mi sono bardato, cioè ho messo il manto del bardo”, Marco il neologista, Signor Hood che giocava con canestri pieni di parole, come cantò di lui un Francesco De Gregori d’annata, quarant’anni fa.
Quella, credo, fu l’ultima volta che lo vidi di persona. Era l’inizio palese della nuova stagione mistica, mai più conclusa, la stagione della coda di cavallo.
Quella che ha portato Marco Pannella a intuire, quasi a suggerire, che il nuovo Papa si sarebbe dovuto chiamare Francesco, testimonianza, questa, di quanto la sua natura visionaria sia rimasta sempre in sintonia con la Storia.
Fino alla campagna appena solo iniziata, che rimane come sua eredità più impegnativa per noi che – ci piaccia o meno – abbiamo condiviso strade, percorsi, piazze, marce di Pasqua e Ferragosto: la battaglia per il diritto dei popoli alla conoscenza, contro il trionfo – fino ad oggi praticamente una regola – delle ragioni di Stato, per rendere fatti, politica, vita vera la missione complicatissima che ci ha lasciato, citando un po’ San Paolo, un po’ La Pira, o forse solo san Marco Pannella: Spes contra Spem. Non avere Speranza. Ma essere noi stessi Speranza. Lui c’è riuscito fino alla fine. Noi abbiamo il dovere, oggi più che mai, di esserne capaci e soprattutto degni.

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