"A novela das 8" e "Parada" conquistano il ToGay 2012

Giovedì 26 Aprile 2012
di Roberto Schinardi

 

La giuria sceglie il melò-thriller brasiliano di Odilon Rocha mentre il pubblico preferisce la commedia balcanica su un insolito Pride a Belgrado. Chiude la gradevole farsa yiddish "Let My People Go!"

La Coppa del Cinemondo Gay torna in Sudamerica. Per usare una metafora calcistica (l’omosport è stato uno dei protagonisti di questa edizione) il campionato del 27esimo festival glbt di Torino è stato vinto un po’ a sorpresa dall’interessante dramma brasiliano "A novela das 8" ("La telenovela delle 20") di Odilon Rocha. Sarebbe la quinta volta consecutiva che il Premio Ottavio Mai va nel Continente Colorato se non fosse per l’"interruzione" dell’anno scorso col delicato Tomboy battente bandiera francese.

Non era il più bello – meglio "Skoonheid" e "Parada" – ma comunque un affresco a tratti appassionante, tra melò e thriller, di come si viveva in Brasile nel 1978, sotto la dittatura militare, in cui le uniche occasioni di svago collettivo erano le discoteche e la telenovela di gran successo "Dancin’ Days" sulla quale si sintonizzava mezza nazione alle otto di sera. La tematica queer non è centrale ma affidata a un personaggio che si innamora di un diplomatico sposato e segretamente gay.


Il premio è stato assegnato “per aver trovato il giusto equilibrio nel raccontare la storia di un Paese che vive il dramma dittatura ma sogna con la televisione - spiega la motivazione -. Per avercelo mostrato con uno stile che recupera le strategie estetiche di Fassbinder e Almodóvar, per averci suggerito che la vita non è una telenovela e che ciascuno ha il dovere di lottare per la propria libertà".

Tra i documentari ha prevalso lo statunitense "Trans" di Chris Arnold “perché affronta un tema che sempre più affiora nella sua drammaticità, portandolo fuori dall’ombra e rappresentandolo con una efficace varietà di testimonianze, con un ritmo intenso e illuminato da una fotografia assai curata”. Menzione speciale al tedesco "Detlef" di Stefano Westerwelle e Jan Rothstein. Il miglior corto è il giapponese "The Lesson" di Paul Metz ma è stato segnalato anche "Down Here" di Diogo Costa Amarante.


Il pubblico ha invece scelto tra i lungometraggi di finzione la scatenata commedia balcanica "Parada" di Srdjan Dragojević coprodotta da Slovenia, Serbia, Croazia e Macedonia (e questo è già un forte segnale di convergenza pacifista) sull’improbabile accordo tra un gangster omofobo e il comitato glbt di Belgrado per organizzare il Pride, raccontato con un registro che da Kusturica survoltato sa diventare serio quando nella chiusa ricorda i duecento e più feriti del sanguinoso Pride di Belgrado del 2010. Miglior doc "Call Me Kuchu" sulla piaga dell’omofobia in Uganda mentre il lesbico "Tsuyako" trionfa tra i corti.

Il Queer Award scelto dagli studenti dell’Istituto Europeo di Design torinese va infine a "Mosquita e Mari" di Aurora Guerrero "per la sensibilità e l’intimità con cui la regista tratta un momento così delicato della vita di un’adolescente, il primo amore. Partendo dalla sua esperienza personale, riesce a raccontare una storia universale".

Vari gli interventi durante la cerimonia di chiusura presentata da Giancarlo Judica Cordiglia: Alessandro Cecchi Paone ha parlato del suo libro in uscita oggi per Giunti,


"Il campione innamorato – Giochi proibiti dello sport": “non un saggio, né un libro di storia: racconta la storia dello sport mondiale. Prandelli è un uomo straordinario, è stato disponibilissimo per la prefazione, temevo che il giorno dopo le sue dichiarazioni smentisse come fecero Bolle e Christian De Sica, invece oggi a Coverciano ha ribadito che lo ridirebbe e la considera una cosa normale. Adesso vorrei scrivere "Il soldato innamorato" e "Il cardinale innamorato"”. Cecchi Paone ha inoltre annunciato di avere acquistato i diritti de "La morte della bellezza" di Patroni Griffi per girarne un film e di cercare collaboratori a questo proposito.

Il gruppo dei Moderni, lanciato da X-Factor, si è esibito a cappella in due canzoni e, a seguire, Giovanni Caponetto, coordinatore del Torino Pride, ha introdotto la manifestazione dell’orgoglio lgbt che si terrà nel capoluogo piemontese sabato 16 giugno. Due clip-omaggio hanno poi sintetizzato i vertici dell’arte di Pier Paolo Pasolini e Reiner Werner Fassbinder, di cui ricorrono quest’anno, rispettivamente, il novantennale della nascita e il trentennale della morte. 



Tutto il team del festival si è quindi radunato sul palco a testimonianza del forte spirito di squadra che ha garantito l’ennesimo successo della manifestazione (più di 40000 spettatori e oltre 35mila visite su YouTube solo per la sigla sulla web tv dedicata).

Per la chiusura è stata scelta un’esilarante commedia francese, "Let My People Go!" di Mikael Buch in cui un postino effemminato vive un’esistenza caramellata col suo fidanzato finlandese in un nordico villaggio-bonbon ma si trova costretto a fuggire a Parigi dalla famiglia ebrea e variamente omofoba a causa di un pacco di denaro dalla dubbia provenienza. Ineffabile come sempre Carmen Maura nei panni della mamma chioccia che dà un tocco amabilmente almodovariano a una farsa yiddish piuttosto gradevole con un finale smaccatamente progay tutto rose e fiori all’insegna del vero vincitore di quest’edizione, il sentimento amoroso.

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