25° Festival Mix, trionfa il cinema lesbico

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Vincono le donne: il commovente melò saffico basco '80 giorni' è il miglior film mentre due registe italiane trionfano tra i doc. 'Uniformadas' su una bimba lesbica è...

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È l’anno delle donne al Festival Mix. Si tingono di rosa i premi della venticinquesima edizione, sicuramente un’ottima annata per qualità e varietà delle proposte, in contrapposizione con un generalizzato periodo di stanca per il cinema glbt a livello produttivo internazionale, come testimoniato dall’ultimo Cannes.

Trionfa l’emozionante melò basco 80 giorni di Jon Garaño e José Maria Goenaga sulle due ottantenni che si rincontrano dopo 50 anni, in grado di commuovere la giuria composta da Ferdinando Bruni, Juanma Carrillo, Carla Chiarelli, Giuliano Federico e Myrna Gil Quintero. "Due attrici straordinarie – spiega la motivazione – che vogliamo qui citare: Mariasun Pagoaga nel ruolo dell’inossidabile lesbica anziana e Itzair Aizpuru in quello della buona vecchia madre di famiglia che deve fare i conti con la tardiva scoperta della propria omoaffettività". La scelta è andata a colpo sicuro "per aver trattato con gentile coraggio il tema dell’amore omosessuale tra due anziane signore, per la scrittura attenta a lasciare a ogni personaggio la propria dignità di individuo unico e irripetibile, per la regia sempre concentrata sulla narrazione delle emozioni talvolta contrastanti dei protagonisti e per la bravura delle due attrici protagoniste".

Verrà distribuito in autunno da Queer Frame, la collana a tematica glbt di Atlantide Entertainment. È curioso come un cinema pressoché sconosciuto, quello basco, stia dando ottimi frutti con storie oneste e senza orpelli (vedasi il bucolico Ander, vincitore l’anno scorso sempre al Festival Mix). Una menzione speciale va all’argentino Ausente (Assente) di Marco Berger "per la sceneggiatura originale, l’approccio sofisticato fatto di sguardi e silenzi che creano suspence e tensione drammatica, in un film in cui è l’adolescente ad abusare dell’adulto".

In un’edizione in cui l’adolescenza è stato uno dei temi cardini, anche il personaggio di Lukas, il ‘ragazzo nato femmina’ di Romeos ha fatto fibrillare la giuria che l’ha definito "scomodamente poetico, nell’amore per un gay sicuro di sé trova la forza di scoprire se stesso, ma anche di portare il caos nello spettatore troppo abituato alle verità di genere assolute". Anche la giuria dei corti ha scelto due film saffici: lo spagnolo Uniformadas di Irene Zoe Alameda "per la creatività nella rappresentazione della scoperta del desiderio lesbico in una bambina, sviluppata con ironica leggerezza ma, al tempo stesso, con estrema pregnanza tematica, coerenza stilistica e abilità tecnico-narrativa. Da segnalare la recitazione della piccola protagonista che, con piglio sorprendente, dimostra come bambini e bambine – a differenza di molti ‘giudicanti’ adulti – siano assolutamente aproblematici e ‘sani’ rispetto alla scoperta del loro desiderio e rispetto alla costruzione dell’identità di genere".

Al norvegese Tiden Imellom / Il Frattempo di Henrik S. Dahlsbakken su Shoah e lesbismo è andata una menzione speciale perché "portando in scena un tema quasi sconosciuto come quello del lesbismo e della Shoah, dà anche voce alla memoria di tutte le vittime dei nazi-fascismi".

Sempre donne, ma questa volta dietro alla macchina da presa, sono le trionfatrici tra i documentari: vincono infatti le italiane Lucia Stano e Nadia Dalle Vedove con Il lupo in calzoncini corti "per il modo sano in cui descrive la nostra Italia difettosa restituendo senso e dignità a matrimonio e famiglia e per la scelta di raccontare due storie che incarnano valori positivi, coraggiosi e condivisibili". Il favorito We Were Here di David Weissman si è dovuto accontentare di una menzione speciale "per il valore storico, etico e narrativo delle interviste e delle storie di vita raccolte e la capacità di raccontare non solo un lutto ma anche la sua elaborazione".

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