26° TOgay, il francese “Tomboy” convince pubblico e critica

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Trionfa al festival torinese "Da Sodoma a Hollywood" la regista Céline Sciamma e il suo delicato ritratto di una bambina che si spaccia per maschio. Menzione speciale al...

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Non poteva scegliere meglio, la giuria del 26° Festival lgbt ‘Da Sodoma a Hollywood’ di Torino, assegnando all’unanimità il Premio Ottavio Mai al truffautiano Tomboy della talentuosa regista francese Céline Sciamma che è stato acquistato dalla Teodora Film e sarà distribuito in autunno (potrebbe essere l’occasione per riscoprire il suo folgorante esordio del 2007, il lesbico Naissance des pieuvres) .

Tomboy è un delicato ritratto senza sbavature di una bambina di dieci anni, Laure (Zoé Heran, davvero in grado di bucare lo schermo) che si spaccia per maschio con i nuovi amichetti tra cui una bimba che si invaghisce di lei/lui. La motivazione parla di "maestria, sensibilità e leggerezza ma anche profondità con cui viene trattato il tema dell’identità sessuale nel tempo dell’infanzia".

Scelta condivisa giustamente anche dal pubblico – con notevole scarto rispetto agli altri titoli – a riprova di come questo gioiello girato ad altezza bambino, con una macchina da presa mai invadente, sia riuscito a toccare il cuore di tutti. Anche la menzione speciale all’intenso dramma basco 80 egunean (80 giorni), altra bella sorpresa del festival, è quanto mai azzeccata: "un film con indimenticabili protagoniste, due donne non più giovani che, ritrovandosi, rinnovano la loro amicizia e un amore finalmente svelato".

Tra i documentari ha trionfato We Were Here di David Weissman "per la qualità dell’opera filmica, per i contributi storici e per la capacità di raccontare e testimoniare in modo adeguato, forte e necessario l’epidemia di Aids nella comunità gay di San Francisco all’inizio degli anni ’80". Una segnalazione è andata anche a XY Anatomy of a Boy della danese Mette Carla Albrechtsen. Il pubblico ha invece scelto il doc italiano 365 Without 377 di Adele Tulli sulla legge indiana che proibiva i rapporti gaylesbo, abrogata nel 2009.

Il concorso dei cortometraggi è stato vinto dal francese Plan Cul di Olivier Nicklaus, "una commedia brillante con un timing perfetto", seguito da due menzioni speciali al brasiliano Eu Não quero Voltar Sozinho (Non voglio tornarmene da solo) di Daniel Ribeiro, incoronato dalla platea, e a The Colonel’s Outing del neozelandese Christopher Banks. Tra i pochi ospiti previsti e la totale assenza di politici in platea, spiccavano alcuni rappresentanti di Ikea e Eataly che hanno spiegato le ragioni commerciali e non dei loro spot a favore delle famiglie glbt.

In chiusura, una simpatica e cialtronella commedia americana girata praticamente in un appartamento, You Should Meet My Son di Keith Harman, dove una madre apprensiva e una zia sconocchiata cercano di trovare un fidanzato al figlio invitando a casa una bizzarra comunità di outsiders mentre lui, spaventato, si presenta con una ragazza religiosa e due potenziali suoceri odiosissimi. Divertimento disimpegnato senza grandi pretese, storia tirata un po’ via e qualche dialogo esilarante.

Si conclude con un bilancio più che positivo – un incremento di pubblico del 10% – un’edizione piuttosto sottotono rispetto ai fasti della scorsa edizione, quella celebrativa del venticinquennale, ma con vari guizzi che l’hanno resa interessante e vitale: dall’apparizione carismatica di Veruschka – in qualità di madrina, alla cerimonia di chiusura, emanava sacralità con una calotta paillettata e un lungo mantello/saio avvolgente – desiderosa di vedere Uma Thurman protagonista in un possibile film sulla sua vita movimentata, ad alcune valide cinescoperte quali il significativo doc L’amour fou di Pierre Thoretton che ci ha rivelato la malinconica personalità di Yves Saint-Laurent, affetto da nevrosi depressiva e totalmente dedito al lavoro, il cui compagno Pierre Bergé è stato per un’intera esistenza ombra rassicurante nella vita privata e solida spalla in quella professionale (i proventi della colossale asta delle proprietà di YSL, più di trecento milioni di euro, andarono principalmente all’associazione Sidaction che si occupa di ricerca sull’Aids e di cui Bergé è presidente).

Tre le tendenze principali riscontrate: un diffuso genderismo in cui la ricerca d’identità sessuale è profondamente intima e radicalmente connessa all’inserimento sociale – oltre alla protagonista del film vincitore ricordiamo il sorprendente corpo ‘mutante’ del transessuale FtoM interpretato dal cinegenico Rick Okon nell’irrisolto dramma tedesco Romeos; molte storie ‘estreme’ dal punto di vista anagrafico, ossia molta infanzia e anzianità, età poco battute dal cinema queer, in cui le tematiche affrontate riguardano meno la sfera sessuale quanto più quella affettiva; la quasi scomparsa del coming out, con più accettazione di sé e l’urgenza di diritti glbt in evidenza. Non sono mancati i cascami stilistici come nell’estetizzante cinese ‘Bad Romance’ di François Chang dallo stile fortemente pubblicitario e una colonna sonora plagiata da A Single Man o l’esasperante inerzia narrativa nel legnoso Stadt Land Fluss firmato dall’esordiente Benjamin Cantu, ma si tratta di casi isolati.

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