52 Tuesdays, quanti cambiamenti se mamma diventa un secondo papà

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Presentato al Ze Festival nizzardo il dramma australiano girato tutti i martedì in un anno

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Nell’eterno dibattito sull’esistenza o meno di un vero e proprio genere cinematografico gay, a chi ne nega le basi teoriche si può obiettare che nella filmografia queer hanno ormai una propria identità addirittura i sottogeneri, tra cui quello trans: dai cult degli anni ’90 “La moglie del soldato” e “Ma vie en rose” al vero sdoganatore “Transamerica” (2005) nominato agli Oscar, sono sempre più numerosi e stimolanti i prodotti cinematografici che analizzano a fondo urgenze e problematicità del mondo intergender (e tra dieci giorni prenderà il via a Bologna la dodicesima edizione del festival ad hoc ‘Gender Bender’).
Rientra in questa categoria l’australiano “52 Tuesdays” (“52 Martedì”) di Sophie Hyde, presentato al Ze Festival che da oggi si trasferisce a Tolone dopo sei giorni nizzardi.
Con uno stile da cinéma vérité a metà strada tra la finzione e il documentario, la regista e produttrice trentasettenne di Adelaide esplora l’intimità di una famiglia alle prese con un evento eccezionale: la mamma Jane ha deciso di intraprendere il percorso di cambiamento di sesso per diventare James e dovrà allontanarsi per un anno da casa. Poiché Jane è molto legata alla figlia sedicenne Billie, potranno vedersi una volta alla settimana, tutti i martedì.

La peculiarità originale della messa in scena sta nel fatto che le riprese sono state effettuate proprio tutti i martedì per un anno, al fine di infondere più autenticità e favorire un naturale sviluppo nel tempo delle dinamiche tra i personaggi (quasi una versione in sedicesimi di “Boyhood” diretto da Richard Linklater che segue fedelmente le vicende di una famiglia per dodici anni consecutivi).
“Quando ho suggerito l’idea di fare un film su due persone che si incontrano un giorno alla settimana per un anno e girarlo solo un giorno alla settimana, c’è stato silenzio nella stanza – racconta lo sceneggiatore Matthew Cormack -. Ma è stato un silenzio ‘buono’: tutti erano intrigati all’idea”.
Recitato da un mix di attori professionisti e non – Del Herbert-James è realmente transgender e inizialmente doveva essere solo consulente del film, la delicata Tilda Cobham Hervey interpreta con sensibilità Billie -, è raccontato dal punto di vista di quest’ultima, sedicenne solitaria che sperimenta una sorta di autoanalisi filmata in un videodiario intimo, riprendendosi in cam. Emergono così le difficoltà di accettare un cambiamento così radicale, dalla scelta del nome (“devo chiamarla ancora mamma o papà?”) al bisogno di arrivare alla consapevolezza che, nonostante le mutazioni anche fisiche, la profondità della relazione non potrà subire una vera mutazione visto il profondo rapporto che le lega.

Durante il difficile anno di transizione (Jane/James a un certo punto decide di interrompere la terapia per un rigetto del testoterone che la fa piombare in uno stato depressivo), Billie cerca di distrarsi filmando una coppia di compagni di scuola, Josh (Sam Althuizen) e Jasmine (Imogen Archer), coi quali accenna un triangolo amoroso, alla ricerca della propria identità sessuale.
Nonostante alcuni evidenti difetti, come la marginalizzazione del personaggio del padre Tom (Beau Travis Williams) che rimane troppo opaco, nonché una struttura ripetitiva responsabile di una certa tediosità soprattutto nel secondo tempo, la regia premiata al Sundance ha varie idee originali, quali l’anteporre a ogni incontro settimanale un flash relativo a eventi globali (la Primavera Araba, Occupy Wall Street, eccetera) per contestualizzare cronologicamente gli incontri di mamma/papà e figlia.
A Berlino “52 Tuesdays” si era aggiudicato l’Orso di Cristallo della giuria giovane e il premio dei lettori della rivista gay “Siegessäule” mentre in Italia è stato presentato all’ultimo Festival Mix milanese ma non ha ancora una distribuzione nelle sale tradizionali.

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