Addio Paul Newman, filantropo progay

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A 83 anni se ne va una leggenda del cinema, il grandissimo Paul Newman, paladino dei gay e impegnato nella lotta all'Aids. Memorabile la sua interpretazione di Brick...

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Lassù qualcuno lo ama. E possiamo scommettere che fra i fans trapassati di Paul Newman, scomparso all’età di 83 anni per un cancro ai polmoni, ci sarà qualche spiritello gay. Infatti, non tutti sanno che l’impegno filantropico del grande, grandissimo attore americano si estendeva anche al mondo lgbt: «Sono un sostenitore dei diritti gay» dichiarò Newman. «E non del "closet"», il non dichiararsi. «Da quando ero un ragazzo, non sono mai stato capace di comprendere gli attacchi alla comunità omosessuale. Ci sono così tante qualità che forgiano un essere umano… Da quando mi sono reso conto di tutto ciò che ammiro veramente della gente, quello che essa fa con le parti intime è così in basso nella lista che mi sembra irrilevante».

Parte dei proventi della sua industria gastronomica – soprattutto salse per insalate e pasta, vendutissime – ancora oggi vanno ad associazioni che si occupano di Aids e a ospedali che ne cercano la cura; l’operazioni di campi estivi "Hole in the Wall Gang" è riuscita a coinvolgere più di 100.000 bambini di 31 nazioni differenti con gravi malattie tra cui l’HIV (in Italia è stato aperto a Milano nel 2006).

Come attore –  e che attore! – noi lo ricorderemo soprattutto nel rivoluzionario ruolo dell’alcolizzato Brick nell’intenso La gatta sul tetto che scotta di Richard Brooks, capace di rovesciare, cinquant’anni fa, il mito machista del maschio conquistatore con un’interpretazione sofferta e ricca di sottotoni, riuscendo così a far filtrare l’omosessualità esplicita del cupo testo originario di Tennessee Williams in cui era evidente l’amore per Skipper, il compagno di squadra tragicamente scomparso e di cui era follemente innamorato. Era in pieno vigore il castrante Codice Hays, e allora non si scherzava: ogni accenno all’essere gay non poteva arrivare sul grande schermo e il dolore di Brick è giustificato, nel film, dalla delusione per aver visto Skipper tentare di sedurre la moglie Maggie, una bravissima Elizabeth Taylor, appassionata e furente, incapace di rassegnarsi a comprendere la vera causa del disinteresse del marito nei suoi confronti. E che dire dei duetti col padre tirannico (un esemplare Burl Ives) nel giorno del suo 65esimo compleanno, malato di cancro esattamente come Newman mezzo secolo dopo e insoddisfatto dei due figli con cui ha un rapporto fortemente contraddittorio? Newman ebbe una nomination all’Oscar, il film ben sei, ma non ne vinse nessuno; e il rapporto con l’Academy non fu mai facile, tant’è che quando arrivarono i due tardivi Oscar, uno alla carriera nel 1986 e il secondo l’anno dopo come miglior attore protagonista per Il colore dei soldi di Scorsese, Newman non andò a ritirarli dichiarando: «È come inseguire una bella donna per ottant’anni, e quando lei finalmente cede, doverle dire: mi spiace, sono stanco».

L’ultima nomination, la decima, la ebbe per il suo ultimo ruolo di crudele mafioso nel crepuscolare Era mio padre di Sam Mendes del 2002 ma si può ascoltare la sua voce anche nel cartoon della Disney Cars in cui fa parlare l’ex campione Doc, una vecchia auto da corsa di cui nella vita era un grande appassionato. A questo proposito dichiarò: «Ho iniziato la carriera con una conferenza sulla pessima recitazione e l’ho finita con il ruolo di un’automobile», riferendosi alle reazioni negative del suo primo ruolo nel peplum sul Santo Graal del 1954, Il calice d’argento, ultimo film di Victor Saville. Arrivò addirittura a comprare una pagina di Variety per scusarsi col pubblico della sua figuraccia (definì il film junk, "una schifezza").

Il grande trauma della sua vita fu però la morte dell’unico figlio maschio attore anch’egli, Scott, morto di overdose a 28 anni nel 1978, inghiottito dall’ombra famelica proiettata dal successo del padre che gli dedicò la Scott Newman Foundation per studiare la rappresentazione del problema droga nei media. Ebbe in tutto ben cinque figlie femmine, tre dall’amatissima moglie Joanne Woodward che recitò con lui in vari film (fu persino diretta dal marito in La prima volta di Jennifer) e l’ha accompagnato al capezzale in Connecticut dopo aver festeggiato le nozze d’oro nel gennaio scorso.

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L’epitaffio se lo immaginò lui stesso con l’illuminata sagacia che lo contraddistingueva: «Qui giace Paul Newman, morto di dolore perché i suoi occhi diventarono castani». Eh sì, quei folgoranti occhi blu che hanno fatto innamorare milioni di donne ma anche di gay e hanno impresso per sempre nella memoria la fragile tenerezza di Billy the Kid, il fascino criminale di Butch Cassidy, la mascalzona intraprendenza di quello spaccone di Eddy Lo Svelto.

Avrebbe dovuto girare un ultimo film con Robert Redford, suo grande amico, la cui sceneggiatura è pronta da anni, tratto dal libro di Bill Bryson A Walk in the Wood, in cui i due grandi vecchi avrebbero raccontato il loro passato durante una passeggiata nei boschi, ma già nel 2006 Newman rinunciò pubblicamente per le sue precarie condizioni di salute.

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