AMORI ETERO E TRADIMENTI GAY

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Dal nostro inviato alla mostra del cinema di Venezia: l'unico film gay è "Far from heaven" di Todd Haynes. E la passione abita in "Un viaggio chiamato amore"...

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VENEZIA – Morte (del cinema gay) a Venezia. Ebbene sì, la 59° Mostra del Cinema è molto avara in fatto di film gay, nonostante il nuovo direttore Moritz De Hadeln arrivi dal Festival di Berlino, il più gay friendly del mondo.

L’unico film in concorso battente bandiera arcobaleno è ‘Far From Heaven‘ di Todd Haynes, regista di ‘Safe’ e ‘Velvet Goldmine’. Sostituisce un altro film gay, ‘The Hours’ di Stephen Daldry con Nicole Kidman e Meryl Streep (aveva bisogno di qualche modifica tecnica) tratto dall’omonimo libro premio Pulitzer del ‘woolfiano’ Michael Cunningham. ‘Lontano dal paradiso’ è invece un melodramma anni ’50 passionale alla Douglas Sirk, regista di cui Fassbinder disse: "prima di lui le donne al cinema non avevano anima". Julianne Moore, mogliettina devota scopre che il marito ha un amante maschio e lo vuole guarire con l’analisi ma lei si infatua di un giardiniere nero. Apprezzato dalla maggior parte della critica (soprattutto per la splendida fotografia di Ed Lachman, regista tra l’altro di ‘Ken Park’), è già in zona premio.

Per il resto sembrano lontani i tempi della Mostra Barbera in cui si arrivò a ben 3 film gay in concorso e un’infinita nelle altre sezioni (complice la selezione del bravo Fabio Bo). Così il critico ‘frocinematografico’ è costretto a spulciare col lanternino nei personaggi secondari: nella commedia ‘Più vicino al paradiso‘ di Tonie Marshall la figlia di Catherine Deneuve è lesbica ma il personaggio non viene approfondito; nel tedesco ‘Fuhrer Ex‘ (foto sopra) di Winfried Bonengel sul fenomeno del neonazismo si sprecano stupri maschili e sodomie violente ma la storia è rigorosamente ‘all straight’.

Veniamo allora alle passioni etero: nel secondo film italiano in concorso, ‘Un viaggio chiamato amore‘ il regista Michele Placido racconta l’intensa passione tra la scrittrice alessandrina Sibilla Aleramo autrice del romanzo ‘Una donna’(all’anagrafe Rina Faccio) e il poeta Dino Campana (‘Canti Orfici’).

Passionale e indomita lei – amò molti letterati del primo Novecento – instabile psichicamente e violento lui. Un amore così sopra le righe era a priori un terreno minato e infatti il film è vistosamente malriuscito: riprese senza respiro, serrate sui deliri ossessivi dei protagonisti (baci ma soprattutto botte e insulti), recitazione corretta ma pesantemente esagitata. Placido evita tra l’altro il sesso (illogico, vista la carnalità della relazione), non approfondisce gli eventi biografici – lo stupro di lei sedicenne, i ricoveri in manicomio di lui – e non contestualizza la storia limitandosi a un cappello introduttivo in bianco e nero. E nonostante le belle poesie recitate pure sui titoli di coda, è letteralmente mal scritto. Fischiatissimo alla proiezione per la stampa, è stato applaudito (con qualche disappunto) dal pubblico non specializzato.

Trionfo del machismo un po’ appannato dall’età nel classico thriller allo spara/ammazza/fuggi ‘Blood Work‘ di e con Clint Eastwood che non è arrivato al Lido con disappunto dei molti fan osannati alla sua apparizione sul grande schermo. Qui è un po’ acciaccato e costantemente affannato, alle prese con un killer che lo graziò in passato e dopo un trapianto di cuore (femminile e messicano, come la sua attuale compagna) viene nuovamente minacciato per un regolamento di conti. La cardiologa Bonnie Fox (Anjelica Huston) lo vorrebbe però a riposo. Né più né meno di quello che ci si aspetta, con la giusta dose di sparatorie, sentenze da western metropolitano ed enigma da risolvere su un numero misterioso. Clint resta grande e intoccabile.

Uno dei film più belli resta però ‘Dolls‘ (Bambole) del maestro giapponese Takeshi Kitano: da un classico del teatro Bunraku un trittico di coppie che si amano, si perdono, imparano ad affrontare destini atroci: silizzatissimo, quasi zen nella sua astrattezza persino ironica, con immagini splendide e una fotografia dai colori saturi e magnifici, è ben simboleggiato da una coppia di amanti vagabondi uniti da un cordone rosso per tutta la durata del film, che li salverà dalla morte lasciandoli appesi a un albero in un precipizio nel fotogramma più bello. Ma Kitano ha già vinto un Leone con ‘Hana bi’.

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Si dice un gran bene anche del francese ‘L’homme du train‘ di Patrice Leconte, ma se alla fine trionfasse proprio l’unico film gay, ‘Lontano dal Paradiso’? Nell’attesa sabato arriva un film lesbico, di casa nostra, nella sezione laterale ‘Nuovi territori’. Si chiama ‘Aprimi il cuore‘ ed è di Giada Colagrande. Ma Clint Eastwood qui non c’entra.

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