“Baby love”, due papà sono meglio di uno!

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Una garbata commedia borghese con un messaggio importante: una coppia di gay può crescere benissimo un pargolo. Cast ispirato per una storia scorrevole che fa riflettere sul concetto...

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Grazie al cielo, ma soprattutto alla piccola casa di distribuzione indipendente Archibald Enterprise, quest’anno, il film di Natale ce l’abbiamo anche noi ed è una commedia garbata, gradevole, veloce, presentata in anteprima nazionale a Torino in chiusura del Sottodiciotto Film Festival e in uscita oggi nelle sale italiane. 

Si intitola Baby Love – ma in originale suona più socialmente politico: Comme les autres ossia "Come gli altri" – la firma lo sconosciuto esordiente Vincent Garenq (ha lavorato soprattutto per la tv come documentarista) ed è un onesto prodotto francese che in patria ha incassato ben 7 milioni di euro e potrebbe anche da noi trovare un suo pubblico. Un pubblico che non è affatto limitato all’audience gay – uno dei suoi segreti è che è stato concepito proprio per un target trasversale molto più ampio – e tratta un tema quanto mai attuale, l’omoparentalità. 

Manu è un pediatra quarantaduenne che desidera più di tutto avere un bambino mentre il suo compagno Philippe, avvocato, non ne vuole sentire parlare. Al punto che questa divergenza di opinioni rischia di incrinare la solidità della coppia. Dopo aver rinunciato all’ipotesi adozione (l’assistente sociale scova una foto che rivela la sua omosessualità), Manu inizia a far macerare l’idea di farlo nel modo più tradizionale possibile. Per un banale incidente stradale – Emmanuel si distrae alla guida mentre bacia sulla bocca Philippe – i due conoscono una ragazza argentina senza permesso di soggiorno, Josefina detta Fina, e Manu si convince che potrebbe essere lei la madre di suo figlio, col disappunto di Philippe che decide di lasciarlo. Ma la strada verso l’agognata paternità si rivelerà ancora più complicata del previsto, poiché Fina si innamora di Manu ma il sentimento non è affatto ricambiato… 

Grazie a un tono miracolosamente lieve che riesce a evitare ogni eccesso di sentimentalismo e a un ritmo scorrevole, Garenq realizza un’operazione per nulla banale: una commedia profondamente borghese, a suo modo rassicurante e anche divertente in cui però il significativo messaggio di fondo, cioè che una coppia di gay può crescere benissimo un pargolo (e averlo nei modi più disparati) mina nel profondo la convinzione tradizionale – anch’essa molto borghese, per altro – che un figlio va fatto e cresciuto da un uomo e una donna. 

Un contributo fondamentale è garantito dal cast affiatato: la coppia gay, virile e per nulla lagnosa, è formata da un convincente Lambert Wilson, bravo attore di Alain Resnais, e dal mediterraneo Pascal Elbé, il cui volto, capace di trasmettere rudezza e tenerezza al contempo, resta impresso nella mente dello spettatore. E la dolce Pilar Lopez De Ayala, quasi uno scricciolo minuto e delicato dagli occhioni espressivi, infonde i giusti sottotoni alla sua insicura Fina.

Il pubblico queer storcerà probabilmente il naso per il fatto che l’unica scena di sesso è etero ma il regista spiega che «affinché una scena d’amore meriti di stare in un film, deve raccontare qualcosa. In questo caso, era più interessante mostrare Manu che si trova spinto contro le sue barriere di difesa, e vederlo inciampare, perdere la presa, trasgredire… Quindi era la scena d’amore con la donna a essere più interessante. Dall’inizio del film, volevo evitare gli stereotipi sugli omosessuali che si vedono oggi al cinema. È stata volontaria la scelta di girare la scena del loro incontro in un bar qualunque invece che in un bar gay. È stato volontario dar loro una vita ordinaria, con amici eterosessuali (Anne Brochet, assai brillante in un bel ruolo di contorno, ndr), una famiglia, un lavoro normale, e sicuramente anche una dose di noia. Insomma, volevo che fossero come gli altri… E credo che una scena d’amore tra i due uomini sarebbe stata un ulteriore cliché: l’omosessualità sempiternamente mostrata attraverso la sua sessualità». 

L’idea del film nasce da un’esperienza personale di Garenq: «Dieci anni fa seppi che Manu, il mio migliore amico gay del liceo era partito per conoscersi meglio per un weekend, con il suo compagno e una coppia di lesbiche, per poi forse concepire e crescere un bambino insieme!». Gli fa eco Lambert Wilson: «Il mio agente convive con un uomo negli Stati Uniti. Hanno adottato un maschietto. La madre del bambino li ha scelti scartando una serie di coppie eterosessuali. Ha ritenuto che il suo bambino sarebbe stato più felice ed educato meglio da questi due uomini in un rapporto solido e stabile. […] Prima di girare, ho fatto leggere il copione ad alcuni miei amici gay che hanno concepito un bambino e ne hanno adottato un altro. Mi hanno dato il nulla osta». 

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