“Balkan Bazar”, rustica commediola etnica con spunti queer

di

Una stentata coproduzione italo-albanese dai toni grotteschi diretta da Edmond Budina racconta il florido commercio di cadaveri in un villaggio albanese. Due scene curiose dai risvolti omosex.

CONDIVIDI
Facebook Twitter Google WhatsApp
1138 0

La chiamano bella stagione. Ma non per i cinefili, almeno per quelli italiani. Non è facile, infatti, trovare in questi mesi estivi proposte allettanti – a parte il blockbuster Captain America – il primo vendicatore, le grandi uscite sono rimandate a fine agosto – e così cerchiamo tra gli scampoli proposti a pioggia dai cinemini più attenti alle proposte d’autore qualcosa che attiri la nostra attenzione e non sia un ripescaggio in seconda visione.

Ci incuriosisce una coproduzione italo-albanese dal titolo Balkan Bazar di tale Edmond Budina. Eccoci dunque davanti al grande schermo con la speranza di aver trovato il nuovo Kusturica e poter respirare un po’ di atmosfere etniche di un Paese davvero vicino a noi ma troppo poco noto. Ahimè, non sarà così.

Trattasi invece di una rustica commediola tirata un po’ via sul commercio di cadaveri il cui spunto poteva in realtà dar vita a uno sviluppo ben più interessante: una quarantenne francese, Julie (Catherine Wilkening) si trova con sua figlia Orsola (Veronica Gentili) insieme a un giornalista (Visar Vishka) e al suo operatore in uno sperduto villaggio albanese al confine con la Grecia perché la bara del nonno è stata misteriosamente dirottata lì. Scopriranno un fiorente commercio di cadaveri in cui è implicato l’influente pope del luogo – interpretato dal regista Budina – che vive quasi barricato nella chiesa dove si scoprono nascoste le bare trafugate persino dal cimitero locale.

L’attenzione dello spettatore resta viva per poco più di mezz’ora, quando sembra svilupparsi una intrigante trama gialla sul florido mercato del "caro estinto" in cui paiono coinvolti un po’ tutti i personaggi. Peccato che dopo il buon abbrivio il film inizi a girare a vuoto con una svolta melò che banalizza il tutto – l’innamoramento delle due donne mette in secondo piano il motivo per cui si trovano nel villaggio – e la riflessione sulle contraddizioni culturali tra greci e albanesi nonché il confronto col modello occidentale vengono seppellite da una vena goliardica che nell’amplesso finale vuole rappresentare in modo rude e metaforicamente ‘grossier’ la possibilità di conoscenza profonda tra popoli così diversi. Anche i curiosi spunti surreal-grotteschi (una bara volante è il refrain onirico che attraversa tutto il film) restano a uno stadio embrionale probabilmente per ragioni produttive, visto il budget esangue colpevole anche di una direzione della fotografia certo non molto curata. E lo stesso si può dire per il doppiaggio italiano che arranca, dissonante e inadeguato.

La natura eccentrica del racconto balcanico porta con sé due curiose scene queer: la moglie del pope sorprende il marito col figlio nudo e farneticante, credendo che tra i due si stia consumando un oltraggioso rapporto incestuoso da punire a colpi di ramazza; l’operatore sogna un giro di lenzuola con la bella francese ma si accorge che costei, nel letto, ha le fattezze di un uomo, clamorosamente simile a se stesso (gli unici due nudi del film sono inoltre entrambi maschili e posteriori).

Bizzarra è anche la storia personale del regista: Edmond Budina, regista e attore teatrale impegnato anche in politica come fondatore del Partito Democratico locale, vent’anni fa si trasferì in Italia, a Bassano, e vi trovò lavoro come operaio in una fabbrica dove è impiegato ancora oggi. La vena artistica non l’ha comunque sacrificata, e, nonostante le difficoltà, è riuscito a realizzare due film (l’esordio registico ‘Lettere al vento’ con Flavio Bucci è del 2003).

A Tirana Balkan Bazar è andato molto bene: tutto è relativo, ok, ma 5000 presenze nelle quattro sale della città in confronto ai 2000 spettatori di Avatar sono comunque un successo personale!

Tutti gli articoli su:

Commenta l'articolo...