BALLI E PUPE

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Il maestro Robert Altman traccia un affresco sorprendente sul mondo della danza in "The Company". E De Oliveira mette insieme la Deneuve, la Sandrelli e la Papas in...

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«L’idea che ballerino equivalga a omosessuale persiste e non solo tra gli italiani. E’ vero che danzatori gay ce ne sono, ma credo che la percentuale sia solo leggermente più alta che in altri ambienti». Così sentenzia un quasi ottantenne doc, il grande regista americano Robert Altman, che in ‘The Company‘, nelle sale italiane dal 26 marzo, racconta una stagione del prestigioso Joffrey Ballet di Chicago, tra audizioni e prove massacranti, le astiose rivalità all’interno del corpo di ballo e la difficile scalata al successo a scapito della vita privata. L’idea non è però nata dal regista che si dichiara un profano dell’argomento ma dalla sceneggiatrice Barbara Turner e dalla protagonista, la tenace e fascinosa Neve Campbell (‘Scream’) che hanno lavorato per due anni sul progetto e inizialmente hanno ottenuto un rifiuto da parte di Altman: «In un primo momento ho lasciato cadere l’offerta. Non sapevo niente di balletti, non avevo idea di che cosa fare.

Ma ho continuato a pensarci, mi sentivo attratto dall’idea di un territorio da esplorare. Infine ho deciso e mi sono tuffato nel mare sconosciuto. In fondo ho sempre amato imparare. Quando finisce la curiosità comincia la vecchiaia, diceva Mastroianni». La Campbell, prima di diventare una nota attrice, ha invece studiato danza per molti anni e ha lavorato proprio con il corpo di ballo protagonista del film.

Grande narratore di storie corali, spesso circoscritte a gruppi specifici analizzati con la perizia di un socio-entomologo (i cantanti in ‘Nashville‘, gli stilisti in ‘Prêt à porter‘, gli attori in ‘The Player‘, la nobiltà inglese in ‘Gosford Park‘), Altman ha sorpreso la critica soprattutto per lo stile di ‘The Company‘ quasi documentaristico, fondato non tanto sull’intreccio narrativo quanto sui numeri di ballo, le ansie nel backstage e le infinite prove prima di andare in scena.

Il film è stato girato in digitale ad alta definizione anche per questioni di budget poiché Altman non lavora con le major («Il costo della pellicola per le cinque macchine da presa utilizzate ci avrebbe fatto fallire»).

Il direttore della compagnia è il burbero Alberto Antonelli detto ‘Mr. A.’ (iniziale che rievoca il vero fondatore della compagnia, Gerald Arpino), interpretato da Malcolm McDowell, un docente imperioso e un po’ nevrotico che indossa sempre una sciarpa di seta gialla intorno al collo e accenna proprio ai pregiudizi delle famiglie sui maschi che vogliono fare danza e vengono subito additati come omosessuali. «I ballerini fanno l’impossibile. E noi vogliamo tutti essere come loro. Sono così belli, vulnerabili, espressivi. Sono l’essenza di ciò che intendiamo per etereo» aggiunge Altman.

«Ciò che più mi ha stupito è la dedizione totale di queste ragazze e questi ragazzi, un impegno che non esiste altrove. Cominciano a studiare da piccoli e continuano per anni, lunghe ore ogni giorno. A vent’anni si rendono conto che gran parte della loro vita è stata vissuta per la danza, per una carriera che a 35 anni in genere finisce. E, salvo i pochi che diventano stelle internazionali, non ci si arricchisce neppure. E’ necessaria una passione fortissima, che ammiro molto». E di passionale, oltre all’abnegazione per il ballo, in ‘The Company’ c’è anche la trascinante storia d’amore tra la protagonista Ry (la Campbell) e Josh (James Franco, l’Harry Osborn di ‘Spiderman‘), in precario equilibrio tra gli infiniti sforzi sul lavoro e il complesso ‘pas de deux’ sentimentale della relazione di coppia.

Altra ‘chicca’ d’autore in uscita nei cinema, l’ultimo gioiello del grande maestro portoghese Manoel De Oliveira, che alla veneranda età di 96 anni (l’unico acciacco che lo affligge è una leggera sordità) firma con ‘Un film parlato‘ una specie di sublime epitaffio della cultura occidentale raccontando di una crociera nel Mediterraneo di una professoressa di Lisbona che insieme alla figlia vuole raggiungere il marito a Bombay. Durante il viaggio la mamma racconta alla bambina la storia delle varie civiltà e la loro caduta in luoghi simbolo come Marsiglia, Pompei, Atene e Istanbul. Sulla nave incontra tre donne, un’imprenditrice francese (Catherine Deneuve), un’ex modella italiana (Stefania Sandrelli) e una cantante greca (Irene Papas) che cenano al tavolo del comandante della nave, un americano di origine polacca (John Malkovic), parlando in quattro lingue diverse e comprendendosi perfettamente. Le tre eleganti signore elogiano l’armonia della cultura mediterranea e deplorano l’egemonia dell’idioma inglese e della supremazia economica americana che porterà un fatale squilibrio nella decadente civiltà occidentale.

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Finale catastrofico di impressionante preveggenza sull’impotenza del logos e l’avvento di un nuovo tipo di terrorismo, stile rigoroso di una limpidezza intellettuale rarissima, tipico del regista (sono ormai leggendari i suoi sofisticati e a tratti insostenibili piani sequenza). Tragicamente attuale.

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