BELLI, FRIVOLI E SPIRITOSI

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Il matrimonio? Una futile convenzione sociale. Rupert Everett e Colin Firth rivitalizzano sul grande schermo "L'importanza di chiamarsi Ernest", divertente commedia di Oscar Wilde. Da oggi nelle sale.

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Nella Londra bene di fine ‘800 si giocano le carte della propria collocazione sociale e sistemazione matrimoniale, spesso e volentieri giocando d’azzardo. Jack (Colin Firth, Il diario di Bridget Jones) vorrebbe proporsi come marito di Gwendolen (Frances O’Connor, A.I. Intelligenza Artificiale) ma deve superare le resistenze dell’intransigente Lady Bracknell (Judi Dench, Sheakespeare in love). Il suo amico Algy (Rupert Everett, Il matrimonio della mia migliore amica) dal canto suo ha messo gli occhi sulla romantica sognatrice Cecily (Reese Witherspoon, Tutta colpa dell’amore) che vive in un bel palazzo nella campagna inglese sotto le cure della sua tenitrice Miss Prism (Anna Massey).

Tutti gli aspiranti mariti in campo hanno i loro bravi segreti da nascondere, le promesse spose sono stupidotte (“- Zucchero? – No, grazie, lo zucchero non e’ più di moda”) e pensano solo a sistemarsi. Le più vecchie generazioni dal canto loro cercano in qualche modo di tenere sotto controllo le nuove, badando bene al tempo stesso di non compromettere la loro posizione sociale…

Il film è tratto dall’omonima pièce teatrale di Oscar Wilde che come sottotitolo alla prima rappresentazione, il 14 febbraio 1895, recava “Commedia frivola per persone serie”. Essendo Wilde, non mancano stoccate al perbenismo ipocrita, all’inconsistenza e fatuità delle convenzioni e al matrimonio come preciso dovere sociale.

Il tutto ovviamente proposto tramite dialoghi ironici e brillanti, che abbondano di giochi di parole ed il tipico, caustico umorismo inglese. Firma sia la sceneggiatura che la regia Oliver Parker, che già aveva diretto Everett in un altro adattamento wilderiano di un paio di anni fa, il gradevole Un marito ideale. Riesce piuttosto bene a trasportare al cinema un testo nato per il teatro, giocando ad esempio in modo ironico sui romantici sogni ad occhi aperti di Cecily, tutti a base di dame in pericolo e nobili cavalieri.

Il risultato non fa certo gridare al capolavoro ma e’ piacevole standard British Humour e fornisce esattamente quello che promette, potendo contare anche su un cast perfetto per l’operazione: il solito bravo Rupert Everett, che sembra nato per questi ruoli, e la presenza scenica di una Judi Dench certamente più a suo agio in questi panni ottocenteschi che non in quelli poco credibili della dura leader degli 007 degli ultimi Bond. E’ lei a recitare con composta ridicolaggine battute che sfiorano il nonsense, tipo: “Mia cara adesso dobbiamo proprio andare. Abbiamo già perso cinque o sei treni e perderne un altro ci esporrebbe certamente a chiacchiere sul binario”. Piccola curiosità per chiudere: Rupert Everett, Colin Firth e Anna Massey avevano già recitato insieme in uno stesso film quasi 20 anni fa, Another Country – la scelta, titolo certamente ben noto ai lettori di queste pagine.

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