Bruce Labruce si confessa: “Il feticismo è narrazione”

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Il regista del porno-horror "L.A. Zombie" ci racconta le sue ossessioni, dal feticismo per le amputazioni alla pornografia trattata con sguardo d'autore. E la sua passione per Buñuel.

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Ciò che colpisce di più del regista canadese Bruce Labruce sono i suoi infiniti tatuaggi. "Quando ho iniziato a tatuarmi, negli anni ’80, se li facevano solo marinai, motociclisti e punk!" ci spiega mostrandoci in particolare un piccolo Gesù Cristo con elmetto vergato su un braccio.

Il 2010 è stato il suo anno, grazie al successo mediatico del suo porno-horror d’autore "L.A. Zombie" presentato a Locarno e al Torino Film Festival, responsabile del lancio oltre l’hard della superstar François Sagat. Ma Bruce Labruce, profeta del cinema gay underground che ha da poco compiuto 47 anni, è già al lavoro alla prossima variazione sul tema, "L.A. Gang Bang" sulla criminalità losangelina in chiave hot-queer.

Iniziamo l’intervista mostrandogli una foto significativa che scattò tanti anni fa, il ritratto di un ragazzo con gli arti inferiori amputati.

Come è nato questo scatto?Questa foto l’ho realizzata per una rivista porno, fotografavo ragazzi nudi per varie pubblicazioni. Ho trovato per caso questo tipo su Internet, non mi sono reso conto subito che aveva un arto amputato: ma non si tratta necessariamente di pornografia, è feticismo. In realtà la maschera antigas non ha un significato particolare: il ragazzo l’aveva indossata semplicemente per non farsi riconoscere.

Che cosa l’attrae di più nel feticismo, presente in molti suoi film, in particolare "Hustler White"?Per me il feticismo è narrazione: un’amputazione racconta un’intera storia, ti chiedi subito come è successo, perché, in quali circostanze è avvenuta. Gli arti diventano subito qualcos’altro, una gamba si trasforma in fallo, è questo che mi intriga.

Il suo cinema ha una doppia anima: da una parte il cinema d’autore underground e dall’altra la pornografia. Lei è stato uno dei primi a sdoganare l’hard nel cinema gay d’autore.Nel mio lavoro c’è sempre stata un’intersezione tra arte e pornografia ma in ultima analisi ho sempre pensato che per me la pornografia è arte quindi non è possibile una reale distinzione. La gente associa la pornografia immediatamente a qualcosa di shockante, che non si può mostrare: quando comprende che la mia ricerca va oltre, riesce a vedere ben altro nel mio lavoro.

Nel suo trattare la pornografia c’è però una contraddizione: tradizionalmente il porno è destinato ad eccitare, mentre nel suo cinema ha più un significato politico, l’idea di ribaltare il sistema partendo dalle dinamiche sociali.

Probabilmente sì, il mio lavoro gioca col paradosso. La pornografia è politica ma lavora in realtà a livello subconscio: certamente è destinata a un pubblico gay, ma io lavoro più sull’immaginazione, la bizzarria dell’inquadratura.

 

Anche in "L.A. Zombie" il confine tra arte e pornografia è molto labile. Quali differenze ci sono tra le due versioni, softcore e hardcore?Nella versione hardcore Sagat utilizza il suo vero pene mentre nell’altra c’è una protesi, la coda di scorpione in punta è finta.

Perché emette un liquido nero?Il responsabile degli effetti speciali, Joe Castro, mi diceva che un pene che eiacula sangue era già stato fatto molte volte, soprattutto nel cinema low budget: così emette un liquido nero che ricorda il petrolio. L’idea era ribaltare il concetto, produce qualcosa di scuro che porta alla vita.

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Che cosa l’ha attratta di François Sagat per sceglierlo come protagonista assoluto?Cercavo un’icona che rappresentasse la mascolinità ma ho scelto Sagat perché in realtà va al di là dell’ambiente del porno: lavora anche nel mondo della moda, sfila, fa video, è davvero un artista ‘multidimensionale’.

Che cosa pensa della lettura cristologica del film, cioè che il suo zombie è una specie di Gesù Cristo che arriva sulla Terra facendo risuscitare i morti?Non credo che sia importante associare la risurrezione alla Cristianità, sono più interessato all’idea del miracolo fatto da un santo, per me è più un angelo della morte ribaltato, una sorta di Angelo Sterminatore al contrario: infatti mentre giravo ho visto vari film di Buñuel tra cui "Simon del deserto". Mi piace il modo in cui Buñuel inserisce nel mondo secolare l’idea del miracolo ma vista da un ateo.

Si riconosce nella definizione di esponente del New Queer Cinema?Ho un rapporto ambivalente con la definizione di "New Queer Cinema": sono riluttante riguardo alle definizioni, fanno tanto ‘borghese’, istituzionale, in realtà in queste formule si mettono insieme autori troppo diversi tra loro. Nel suo cinema manca la dimensione della famiglia: i personaggi sono spesso esseri solitari alla ricerca di quell’intimità che sembrano aver perso o non aver mai avuto magari proprio nel nucleo famigliare da cui provengono…Sì, è vero, il dramma famigliare l’ho però affrontato nel mio lavoro teatrale "The Bad Breast" che ho presentato a Berlino l’anno scorso, su un’analista donna e il suo complesso rapporto col figlio. I miei personaggi cercano un’intimità sempre fuori dal contesto della famiglia: per me la famiglia è spesso alienante, ci sono sempre troppi contrasti e nella maggior parte dei casi non viene accettata l’omosessualità. Ho sempre cercato di parlarne al di fuori della famiglia. Così i miei personaggi cercano una sorta di intimità esternamente ad essa.

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