BRUNO, NESSUNO E CENTOMILA

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Abbiamo visto a New York la versione originale del film gay dell'anno: impeccabile il camaleontico Sacha Baron Cohen ma il messaggio sull’omofobia è assai ambiguo. Sesso a go-go,...

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Abbiamo appena visto nel megaplex da 25 sale AMC Empire, sulla rutilante 42esima, il film gay dell’anno, il controverso ‘Brüno’ di Larry Charles in versione originale. In sala ci sono una trentina di persone, pubblico misto etero-gay, età media trent’anni. Ormai l’onda lunga del successo si sta ritraendo ma ‘Brüno’ è comunque ancora decimo al box-office con 56 milioni di dollari d’incasso (la pubblicità sui taxi imperversa ancora). 

La sensazione a caldo è amarognola anche se l’interpretazione del camaleontico Sacha Baron Cohen risulta impeccabile: sì, ogni tanto si ridacchia – soprattutto le donne si fanno sentire – ma dal reporter di moda austriaco superchecca che cerca il successo negli States producendo uno show televisivo, dopo essere stato bandito dal mondo fashion per aver fatto irruzione su una passerella milanese di Agatha Ruiz de la Prada, ci aspettavamo più idee irriverenti e soprattutto una resa cinematografica che giustificasse il budget kolossal (pensiamo che siano stati spesi soprattutto per pagare la carrellata di superstar nel finale, forse la cosa migliore del film insieme all’ultima mezz’ora). E la critica al vetriolo di un certo ambiente gay ossessionato dalla frenesia dell’apparire, modaiolo e superficiale, è talmente insistita che non propone alternative se non il bel personaggio dell’assistente tuttofare gay innamorato di Brüno, il non effemminato Lutz (Gustaf Hammarsten), ombra protettrice e rassicurante pronta a combattere per difendere il suo amore, a cui si sarebbe potuto dare più spazio. Ma così il messaggio che filtra è assai ambiguo – Brüno è talmente odioso, stupido e irritante che l’omofobia nei suoi confronti sembra una reazione quasi naturale – e potrebbe confermare l’immagine stereotipata del gay petulante da ostracizzare soprattutto nel pubblico più giovane. 

C’è molto sesso in Brüno, esplicito ma oscurato da pecette nere (una bottiglia di champagne nel retto di un giovane asiatico, un party di scambisti, Brüno e Lutz incastrati a letto in una leather ‘sexion’, un pene eretto con uretra parlante) oppure simulato – strepitosa la scena del blowjob con rimming mimata al medium – ma trattenuto in una dimensione ludico-puerile che relega le pratiche erotiche gay a una sorta di circolo baby-camp di persone sessualmente ma anche sentimentalmente immature.

Per il resto sembra un po’ la fotocopia di Borat in versione queer: la sceneggiatura è strutturata come una serie di gag indipendenti (spassose l’ospitata in studio col bimbo nero scambiato con un I-Pod – ogni riferimento a Madonna è fortemente voluto – la lezione di karate con i dildi, la sfida di wrestling con pubblico antigay) ma quella più politica, in cui Brüno si reca nel Medio Oriente, che poteva fornire interessanti spunti di riflessione, è risolta in maniera piuttosto semplicistica attraverso un dibattito tra un ebreo e un palestinese con alcuni giochi di parole (homos-hummus-Hamas) e canzoncina conciliante risolutiva.

La scena in cui Brüno incontra La Toya Jackson, sorella del compianto e strapianto Michael è stata giustamente tagliata ma è rimasto un chiaro riferimento alla sospetta omosessualità di tre celebrities americane: John Travolta, Tom Cruise e Kevin Spacey.

Non osiamo immaginare come si possa doppiare in italiano un film così, giocato sulle spericolatezze verbali di un gergo germanico-american alquanto esilarante: il rischio è un forte danneggiamento con effetto trash Tanz-Bambolina alla ‘tetesco d’Aushtria’. Lo scopriremo il 23 ottobre, quando uscirà in Italia grazie a Medusa Distribuzione.

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