Cannes: il festival più queer della storia della Croisette

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Palma d'Oro a Haneke per "Il nastro bianco" mentre la sceneggiatura va a Feng Mei per il melò gay "Spring Fever" di Lou Ye. La commedia omo "J'ai...

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Mai si era visto a Cannes tanto orrore, sangue, mutilazione di arti, ammazzamenti e quindi dolore, disperazione, annichilimento, morte. Nell’anno della supercrisi globale, il cinema sembra esorcizzare la paura generalizzata con storie estreme di violenza e sopraffazione, efferatezza e scuoiamenti, torture e omicidi. E anche il Palmarès di questa 62esima edizione, in cui è riconoscibile l’impronta della presidentessa, l’inflessibile Isabelle Huppert, rispecchia questa tendenza: la Palma d’Oro va a “Il nastro bianco”, un austero drammone di quasi due ore e mezza coprodotto dall’italiana Lucky Red, firmato da Sua Glacialità Michael Haneke, grande regista austriaco specializzato in cliniche analisi entomologico-filosofiche sul concetto di violenza. Qui ci proietta nel 1913, in un villaggio protestante della Germania del Nord, dove strani episodi quali l’incendio di un granaio o il quasi accecamento di un bimbo down incrinano le rigide regole della piccola comunità rurale e svelano le radici del nazismo che sta prendendo anima e corpo nella società tedesca.

Il favorito dalle previsioni, il potente dramma carcerario “Un prophète” di Jacques Audiard si deve accontentare del Grand Prix (e lo spirito del titolo è presumibilmente gay e appartenente alla vittima del protagonista costretto a ucciderlo col pretesto di un blowjob), mentre la scelta degli attori è ineccepibile: è quasi un risarcimento per le lacrime (vere), le torture sadiche e le automutilazioni genitali (finte), il premio alla meravigliosa Charlotte Gainsbourg che dà tutta se stessa, letteralmente, nello stregonesco delirio folle – ma non per folle – dell’eccelso “Antichrist” di Lars Von Trier. È superbo anche l’attore austriaco Christoph Waltz nei panni del cacciatore di ebrei nel cinefilo “Inglourious Basterds”, ritorno in buona forma di Quentin Tarantino ispirato a “Quel maledetto treno blindato” (1977) di Enzo G. Castellari , in cui fa uccidere Hitler, Goebbels e i vertici nazi in un cinema francese gestito da un’ebrea sopravvissuta, Shosanna Dreyfus (l’incisiva Mélanie Laurent).

L’inatteso premio come miglior sceneggiatura a Mei Feng, per il vorticoso melò gay cinese “Spring Fever” di Lou Ye che ha ritirato il riconoscimento, sembra un chiaro segno della giuria, in mezzo a tanto orrore e violenza, di segnalare il coraggio – in Cina il film è stato bandito – di raccontare senza remore o falsi pudori un amore gay appassionato, ancora tabù in patria. Per puro spirito di corporativismo siamo lieti del premio queer, ovviamente, ma continuiamo a pensare che sia uno script lambiccato e vagamente artificioso dove non tutto quadra e si tratti di un premio più politico che artistico.

Il premio ‘eccezionale’ al veterano Alain Resnais che non ha mai vinto una Palma d’Oro, 87 orgogliose primavere il prossimo 3 giugno, riconosce anche la sorprendente levità del più ironico film del concorso, il delizioso “Les herbes folles”, il cui (doppio) mirabile finale riesce a scherzare persino sui disastri aerei. 

Nelle scelte della giuria non sono mancati i deragliamenti, come l’azzardato premio per la miglior regia a quell’ignobile patacca che è “Kinatay” di Brillante Mendoza, fischiatissimo dopo la proiezione ufficiale alla presenza dell’équipe del film, quasi un umbratile snuff movie sul macellamento del corpo di una prostituta e distribuzione degli arti in giro per Manila dopo che gli spettatori si sono dovuti sorbire un lunghissimo e punitivo viaggio in auto di circa tre quarti d’ora.

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La Quinzaine des Réalisateurs, sezione parallela più attenta agli sperimentalismi, ha premiato una commedia agrodolce canadese gay, “J’ai tué ma mère” (“Ho ucciso mia madre”) sulle vicissitudini di un ragazzino omosessuale e il suo rapporto tumultuoso con la madre, cine-autobiografia del regista ventenne Xavier Dolan, occhialoni neri in stile Arisa e ciuffone a cavolo sulla testa, definita da lui stesso “una dichiarazione d’amore a mia mamma, nonostante tutto questo odio”. 

Questa edizione non ci è sembrata particolarmente memorabile per la qualità delle opere – l’unico grande autore che non ha rifatto se stesso ma ha osato nuove strade espressive è stato Von Trier – ma resterà negli annali per la massiccia presenza di opere glbt anche valide (“Eyes Wide Open”, “Precious”, “La spina nel cuore”’), a dimostrazione che il cinema gay sta diventando una fetta di mercato appetibile anche per le produzioni meno underground.

Ricorderemo anche il photocall più gender della storia, con le trans caffelatte di “Morrer como un homem” di João Pedro Rodrigues che hanno fatto impazzire i fotografi, storditi in particolare dal vertiginoso décolleté dalla statuaria Jenny Larrue, la cui Montée des Marches non è passata di certo inosservata. O la biciclettata naturista del cast anarcoide del belga “La merditude des choses” che ha generato il caos nell’affollatissima Croisette. 

Il regista gay Alejandro Amenábar ci ha invece propinato un indigeribile polpettone kolossal, “Agorà”, ambientato nel quarto secolo avanti Cristo ad Alessandria d’Egitto, per illustrarci la combattiva esistenza di una matematica-astronoma atea e anticristiana, Hypatia (Rachel Weisz), con un cast di bellocci poco credibili (Oscar Isaac, Max Minghella, Rupert Evans), impressionanti scene di massa e zoomate alla Google Earth degne di miglior causa. Lui, Amenábar, di belloccio ne ha già adocchiato un altro, però: l’abbiamo sorpreso nel locale gay “Zanzibar” in lieta compagnia con l’attore emergente Rubén Ochandiano, il documentarista omosessuale soprannominato “Ray X” nel film di Almodóvar “Los Abrazos Rotos”. Dopo tanto horror, sarà vero amore?

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