CINEGAY: COSA PIACE, COSA NO

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Chiuso il 18° Festival di Film a Tematica Omosessuale di Torino: premio 'porno' a "La gatta a due teste". Ignorati bei film come "AKA", deludenti altri. Ma è...

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TORINO – Spazio ai vincitori. Al 18° Festival Gay di Torino trionfano i luoghi. Non i luoghi comuni, poiché questa edizione di ‘Da Sodoma a Hollywood‘ è stata la più (post)moderna, trasgressiva, provocatoria degli ultimi anni. E così, in mancanza di grandi storie si guarda al passato e dietro di noi, ai capolavori del cinema classico, si cerca chi non c’è più: restano i posti vuoti.

Vincono il grande Jacques Nolot, che ha appena perso un pezzo di cuore per la scomparsa di una persona cara, e si è aggiudicato il Premio Ottavio Mai per il suo ‘La chatte à deux têtes‘, La gatta a due teste, un film porno d’autore sull’amore per il cinema (inteso come luogo fisico). Vince la sua straziante malinconia nel riprendere le tracce minime del passaggio dei frequentatori di un cinema a luci rosse di Parigi, le orge dimesse e rallentate dei viaggi sessuali tra gli avventori, i grandi amori dei tre splendidi protagonisti, una cassiera loquace (la perfetta italofrancese Vittoria Scognamiglio), il giovane proiezionista e lo stesso Nolot. Vince il film più originale, più rassegnato, più passionale. Meriterebbe senz’altro di essere distribuito in Italia. Era indubbiamente tra i migliori ma la motivazione suona un po’ ambigua: “non è un bel film, è un grande film che racconta il mondo. Il regista riesce a creare il meraviglioso anche in senso ottico, visivo”.

E’ stato però ignorato choc-camente il più audace, sfolgorante e geniale film del concorso, il superiore ‘AKA‘ (Le bugie sono desideri) di Duncan Roy, visione tridimensionale nel mondo del giovane Dean spezzata in tre inquadrature simultanee, quasi un trattato filmato di Teoria dei Giochi sull’interdipendenza delle quattro variabili Sesso, Salute e Soldi (la quarta è il furto o l’amore?). Gelido, potentissimo e complesso come dovrebbe essere una sceneggiatura tradotta in immagini, molto meno ludico di quanto si possa immaginare, è un film AntiDogma elevato alla terza, leggermente involuto nella magnifica scena della festa da liveset similFesten, che mostra una famiglia borderline in cui il padre violenta il figlio ma lo ama più di tutti, la madre è cameriera di un gruppo di aristocratici dove Dean si insinua col falso nome di Alex ‘senza legge’ Griffoyn e conosce un fatale amore, un americano fascinoso, ma finirà in carcere accusato di un furto di migliaia di sterline sul proprio conto, mentre l’altro morirà in tristi circostanze (e in stanze circoscritte). Avrete il tempo di vedere la sublime opera di Tacita Dean alla mostra postmoderna ‘The Moderns’ al Castello di Rivoli?

E’ invece l’Argentina l’altra vincitrice del Festival, col Premio Speciale della Giuria, ‘Improvvisamente’ (‘Tan de repente’) di Diego Lerman, piccola tragicommedia lesbica “sull’imprevedibilità del desiderio. Perché due ragazze punk carine, Mao e Lenin, dovrebbero rapire una grassona brutta, senza collo e costringerla a fare sesso? Eros non guarda in faccia a nessuno, cioè a tutti”. Ed è argentina la scoperta di questa edizione, il regista Oskar Aizpeolea, autore di magie antinarrative come la riflessione sul cinema fatta dall’interno ‘Il fuoco e il sognatore’, quasi un omaggio a Luchino Visconti, o ‘Apocalipsis 13’ (foto), suggestiva testimonianza sull’allarmante situazione del suo paese. Il pubblico ha preferito invece ‘Yossi & Jagger‘ di Eytan Fox e qui, più che la storia molto etero, forse ha vinto l’abbacinante ambientazione nella neve di un paesaggio desolato, nei bunker simil-astronave dove si svolge la vicenda di due soldati dell’esercito israeliano. E il bacio finale, che non è certo una semplice respirazione bocca a bocca, è davvero commovente. Premio speciale della Giuria per la Miglior Regia, contestato dalla presidente Barbara Alberti a cui non è piaciuto, il poetico, autoriale, e dal titolo wertmulleresco ‘Mille nuvole di pace circondando il cielo, amore, non smetterai mai di essere amore‘ di Julian Hernandez. Il premio al miglior cortometraggio, un assegno di 1500 Euro offerto da Gay.it, è andato allo struggente ‘Momenti preziosi‘ di Lars Daniel Krutzkoff Jacobsen e Jan Dalchow sulla storia vera dell’amore tra un quindicenne e un quarantenne poi arrestato perché il ragazzo aveva 56 giorni in meno dell’età consentita per avere rapporti sessuali. La scena dei giochi d’amore tra i due contiene uno dei più toccanti momenti d’intimità tra uomini vista ultimamente al cinema.

Un pacifista gay americano, Bayard Rustin, è al centro del miglior documentario “Brother Outsider: The Life of Bayard Rustin” di Nancy D. Kates, premiato “per l’eccellente ricerca d’archivio e per la forza delle immagini”. Premiazione con gran spettacolo all’insegna del marasma e del delirio accumulatorio, presentata dal baffuto e paffuto sessantenne Bruno Gambarotta, attore piemontese che non è certo un’icona gay, e dalla charmantissima Zazie De Paris (foto), trans transalpino che sembra Iva Zanicchi shakerata in succo Ace (da leggere ‘Ass’ alla francese), capace di deliziare il pubblico infervorato con elaborati giochi di parole da tipica boite gaie. Balletti del Teatro di Torino, un’Edith Piaf cantata da Raffaella De Vita e un’esibizione di Pietro Del Vecchio con sintetizzatore (quasi) incorporato, applauditissimo dal pubblico, a coronare la serata.

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Diciottesimo anno, è l’ora dei bilanci: il Festival Gay di Torino cresce esponenzialmente e la maggiore età coincide col massimo risultato. Per numero di spettatori, per qualità e offerta dei film (il concorso era notevole, anche se c’erano film brutti come lo statico ‘Mango Soufflè‘ o il prolisso ‘Danny in the Sky‘) per l’idea provocatoria alla base dell’edizione di quest’anno, che conferma che il cinema gay è un genere molto trasversale, forse destinato a scomparire, i cui confini espressivi con un presunto ‘cinema non gay’ sono sempre più labili e la cui identità è forse già in crisi. Tendenze: a parte la Gatta vincitrice, poco sesso esplicito, molti corpi nudi esibiti, muscolosi e tonici, con organo in evidenza ma non in erezione, contemplati e contemplanti, egocentrici e vanesi (in ‘Los viajes escolares‘ un uomo bellissimo cammina nudo in un campo tra stalloni galoppanti). Tutto a riprova che la sessualità gay è narcisista e autoreferenziale, vede spesso riflesso in uno specchio l’oggetto del proprio desiderio, ha troppo sovente il terrore di rischiare in amore.

Da contestare: la retrospettiva alla Bardot, diva che non ci appartiene, icona etero che ha rubato il posto alla nostra Raffaella Carrà, splendida sessantenne che non è stata festeggiata; il catalogo affastellato e un po’ approssimativo; i film che non c’entrano niente e snaturano il Festival, come ‘Repulsion‘ o ‘Roma città aperta‘; le feste vagamente sottotono rispetto agli anni scorsi. Da non dimenticare: il film vincitore e la dichiarazione di Nolot, sceneggiatore di ‘Niente baci sulla bocca‘, stupito dalla confusione sul palco: “non ho capito niente di quello che è successo prima. Solo che ho vinto 3000 Euro”; la bellezza inquieta da attrice fassbinderiana, quasi una Margit Carstensen in chiave trans, di Pascale Ourbih, donna/uomo del film ‘Thelma‘; l’eleganza bluette della divina Lucia Bosè, protagonista di ‘Le gite scolastiche‘, primo film di Jaime Chàvarri, regista in cui ribollivano tutte le pulsioni trattenute dal franchismo e in cui si intravedono i semi di un cinema prealmodovariano che stava per dar vita alla movida; lo sguardo magico e l’energia prorompente di Barbara Alberti (^Sentrambe hanno concesso due interviste esclusive che verranno pubblicamente prossimamente su Gay.it^s); gli occhi disegnati del grandissimo Jean Cocteau nel finale con Nike umana de ‘Il testamento di Orfeo‘, affascinante poesia surrealista dell’eclettico autore francese, capace di svelare i trucchi di dominio dell’aristocrazia europea in un castello di montagna nel bellissimo ‘L’aquila a due teste‘ con un sublime Jean Marais. Infine gli interessanti documentari su Marguerite Yourcenar, intellettuale lucida e sublime scrittrice, un’habituée di Piazza San Marco, a detta di Lietta Tornabuoni una grande autrice antipatica e superba. Di italiano da segnalare tra le Panoramiche il fulminante corto italiano ‘Al cuore‘ di Fabio Fiandrini su un viaggio fisico e mentale di due ragazzi in treno, quasi una partitura techno per muscoli cardiaci defibrillati.

Innocuo e banalotto il film di chiusura, ‘Per finta e per amore‘ di Marco Mattolini, un’operina di fattura televisiva su un ragazzo che si spaccia per gay (Denis Fasolo) per fare il segretario di Miranda (Giulia Montanarini), star della tv popolare e viziata che ovviamente cercherà di sedurre il finto omo (come già succedeva in ‘If You Only Knew‘ di David Snedeker). Remo Girone interpreta con moderata partecipazione il ruolo del regista teatrale gay Amedeo.

L’ultima inquadratura del Festival mostra due ragazzi etero che si baciano su una terrazza. Che non succeda mai più 😉

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