“Cinemai”, a Torino la rassegna per ricordare Ottavio Mai

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Il 3 e 4 novembre al cinema Massimo si vedranno i lavori di Ottavio Mai, videomaker e fondatore del festival gay, nel ventesimo anniversario della morte. Ce lo...

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Dicono che i grandi amori trasformino anche fisicamente le persone facendole assomigliare in modo quasi mimetico. È il caso della straordinaria storia sentimentale e artistica che ha legato per quindici anni Ottavio Mai e Giovanni Minerba, precursori militanti del cinema gay italiano e fondatori di quello che è forse il terzo più importante festival del mondo a tematica glbt, il Turin GLBT Film Festival ‘Da Sodoma a Hollywood’. Nel ventesimo anniversario della morte di Ottavio Mai, il comitato provinciale Arcigay che porta il suo nome e il Museo Nazionale del Cinema hanno organizzato la rassegna CineMai, due giorni di proiezioni al cinema Massimo – sabato 3 e domenica 4 novembre, dalle 16.30 alle 23.30 – in cui si potranno vedere gratuitamente molti dei lavori realizzati da Mai e Minerba. Abbiamo intervistato a questo proposito Giovanni Minerba:

Il Presidente della Commissione Cultura del Comune di Torino, Luca Cassiani, ha proposto l’intitolazione di una via o un giardino torinese a Ottavio Mai. In quale zona di Torino ti piacerebbe che venisse scelto il sedime?

Al Quadrilatero, dove abbiamo vissuto per quindici anni. Abitavamo in Largo IV Marzo, di fronte al Duomo. La chiamavano "la casa delle bambole", era praticamente una comunità di gay poiché la signora zitella proprietaria del palazzo affittava solo ad omosessuali. Era uno stabile di quattro piano, Ottavio stava al terzo e io al piano di sopra. Avevamo una prolunga che ci passavamo dalla finestra per poter utilizzare l’unico telefono.

Come e quando vi eravate conosciuti?

Venerdì 27 agosto 1977, in via Garibaldi. Io avevo un appuntamento con un amico alla discoteca Penny per metterci d’accordo  poiché dovevamo andare a Milano il giorno dopo. L’amico mi dà buca. Da piazza Castello arriva un taxi. Io e il guidatore ci guardiamo negli occhi. Lui stava finendo una storia che aveva da un po’ di anni, dal lunedì dopo era a casa mia. La domenica mattina gli ho regalato il romanzo La storia di Elsa Morante. Allora lavoravo in una macelleria. A gennaio Ottavio aveva comprato la licenza del taxi e ha continuato a fare il tassista perché all’inizio non potevamo mantenerci con i video.

È molto evocativa l’immagine di Ottavio "bambino poeta"… In che senso lo era?

Ottavio è sempre stato visto come il ragazzo sensibile e veniva un po’ preso in giro per questo. Abitava a Ostia ed era soprannominato Mario il Ciclamino perché andava spesso nella pineta a raccogliere i ciclamini selvatici. Quando è andato a fare il primo documento d’identità ha scoperto che in realtà si chiamava Ottavio mentre suoi fratelli l’han sempre chiamato Mario. Quando è mancato ho faticato per far risultare all’anagrafe il nome Ottavio Mario Mai. Sua mamma era mancata alla nascita del fratello più piccolo. Il padre non ne voleva sapere di questi sette figli, alcuni finirono in riformatorio.

"Allons enfants", il messaggio di Ottavio per non buttarsi giù e andare avanti, lo condividi ancora oggi? Come descriveresti Ottavio a un giovane che non lo conosce?

Assolutamente sì. Ottavio era innanzitutto una persona che amava la libertà. Non amava i compromessi. Amava l’arte, il cinema, la verità. Tutte le nostre storie, i nostri piccoli film, nascono da fatti realmente accaduti. Anche le sceneggiature chiuse in un cassetto, mai realizzate, nascono da storie personali.

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Tra i progetti avviati con Ottavio c’era un film tratto dai "Dialoghi con Leucò" di Pavese e un soggetto intitolato "Somigliava a James Dean". Che cosa ne è stato?

Il primo è diventato Orfeo il giorno dopo che però non sarà proiettato durante Cinemai. Il secondo è una delle sceneggiature rimaste nel cassetto: racconta di due amici sui sessant’anni, un avvocato omosessuale non dichiarato e una cantante.

Tu e Ottavio Mai siete stati gli antesignani di un cinema gay che si sperimentava nei generi più disparati. Come funzionava la vostra collaborazione artistica?

Raccontavamo sempre storie, spesso i nostri documentari diventavano docufiction come alcuni lavori per Raitre. Nella sperimentazione dei generi cinematografici rappresentavamo tutti i generi sessuali: l’etero, il gay, la lesbica, la trans. Facevamo tutto insieme. Lui era portato soprattutto a scrivere. Ne discutevamo poi insieme anche animatamente.

Come è nata l’idea del festival "Da Sodoma a Hollywood"?

È nata prima l’idea di fare cinema. Ottavio seguiva i corsi di cinema all’Università. Andando al cinema e vedendo i soliti personaggi stereotipati continuavo a rompergli le scatole. Gli dicevo: "Fatteli tu i film!".  Una mattina siamo andati a vedere Le occasioni di Rosa di Piscicelli in cui compare un grasso anziano grasso gay che paga le marchette. Il giorno dopo siamo andati a comprare una telecamera VHS e un vecchio registratore portatile da venti chili. È nato così il nostro primo film, Dalla vita di Piero. Siamo stati al Festival Giovani, a Salsomaggiore e all’estero, dove vedevamo film che non arrivavano in Italia. Così ci è venuta l’idea di proporre un piccolo festival anche se negli anni precedenti  avevamo già organizzato col ‘FUORI!’ alcune rassegne di film già visti in Italia. L’idea non venne accettata subito: la prima proposta fu fatta nell’84 ma a metà dell’85 cambiò la giunta e grazie a Marziano Marzano iniziammo a fare il festival. Organizzammo un evento al teatro Massaua per il 28 giugno con vari artisti torinesi.

Come avete vissuto l’irruzione della malattia?

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