CinemaSTop: l’energia di Mommy e il duo Pearce/Pattinson in The Rover

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Da vedere il vibrante dramma "quadrato" di Dolan, il teso The Rover e Addio al linguaggio

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Mommy, che energia quel ragazzo caratteriale nel vibrante dramma ‘quadrato’ di Dolan

Primo film del piccolo prodigio canadese Xavier Dolan ad arrivare nelle sale italiane (al suo quinto a soli 25 anni, era ora che i distributori italiani se ne accorgessero: chapeau alla Good Films!). “Mommy” riprende la tematica a lui più cara, il rapporto madre-figlio, attraverso una giovane vedova dai modi spicci, Diane detta Die, che riprende dal riformatorio, per una custodia a tempo pieno, il figlio quindicenne caratteriale, Steve. La convivenza non è facile ma quando subentra la nuova vicina, l’insegnante balbuziente Kyla, per dargli ripetizioni, il loro rapporto avrà un’evoluzione inattesa. Girato in un formato anomalo, il cosiddetto 1:1, cioè perfettamente quadrato, per infondere un senso di claustrofobia alla vicenda (ma a dire il vero per lo spettatore l’effetto è piuttosto fastidioso), aprendosi solo in due liberatori momenti a una visione panoramica, è un energico e vibrante trattato dai toni arancio sui compromessi dell’amore materno. Perfetto il trio di interpreti (Anne Dorval, Suzanne Clément e la rivelazione Antoine-Olivier Pilon) ma qualche lungaggine di troppo – quasi due ore e venti sono davvero eccessive – e una sceneggiatura a tratti un po’ involuta. Dolan ha comunque un talento innegabile, uno stile visivo adrenalinico e sottilmente glam, debitore di un’estetica di derivazione anche televisiva (a volte sembra di assistere a lunghi videoclip). Sceglie benissimo, in particolare, attori e musiche. Premio della Giuria all’ultimo festival di Cannes ex-aequo con Jean-Luc Godard (il più giovane e il più anziano regista in competizione: vedi sotto). È il primo film di Dolan in cui la tematica omosessuale è completamente assente.

“The Rover”, on the road animalesco con Guy Pearce, Robert Pattinson e l’offerta sessuale di un ragazzo efebico

Teso, polveroso, animalesco, violento (ma non pulp): “The Rover” di David Michôd è un buon on the road caricato a pallettoni con la strana coppia formata da Guy Pearce (“Priscilla, la regina del deserto”), il quale più invecchia e più assomiglia a Franco Nero, e il neodivo Robert Pattinson, epurato dalla patina glam di “Twilight”. Ambientato nel deserto australiano in un non meglio precisato futuro, dieci anni dopo il collasso dell’economia occidentale, vede il solitario Eric (Guy Pearce) andare alla ricerca del proprio fuoristrada rubato da una banda di criminali in fuga mentre lui si sta servendo il thè in un sudicio bar dell’outback, gestito da cambogiani. Sulla strada si unirà al ferito Rey che scopre essere il fratello di uno dei banditi. Mentre Eric cerca una pistola in una delle baracche disseminate lungo il percorso, incontra una vegliarda che gli propone di fare sesso con un ragazzo efebico: “Vuoi andare a letto con un ragazzo? Ho un ragazzo. Puoi andarci a letto. È liscio come il palmo di una mano”.

Dal regista dell’apprezzato “Animal Kingdom”, un asciutto ibrido fra film catastrofico e western postmoderno: testosteronico, sporco, disperato, con un montaggio calibrato che equilibra i silenzi delle distese australiane con le esplosioni di violenza generando autentica tensione. Da vedere.

“Magic in The Moonlight”: il solito caro, vecchio Woody, grazia e delizia, ma lo smascheramento della medium è un po’ fiacco

Il solito caro, vecchio Woody. Ormai l’appuntamento annuale, di solito nei pressi del Natale, col suo film regolare come un’affidabile pendola, è un’abitudine quasi irrinunciabile. Ma dopo il riuscito e cupo “Blue Jasmine”, ecco il leggero, leggerissimo “Magic in the Moonlight” su un tema piuttosto ricorrente nella filmografia alleniana: la magia e i suoi trucchi (Alice, La maledizione dello scorpione di giada, Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni e altri). Siamo nella fine degli anni ’20 e un illusionista britannico un po’ cinico, Stanley Crawford (Colin Firth in souplesse), che su un palco berlinese si trasforma nel mago cinese Wei Ling Soo in grado di far sparire un pachiderma davanti al pubblico stupefatto, è invitato da un amico in Costa Azzurra nella sontuosa proprietà della famiglia americana dei Catledge per smascherare una giovane medium, Sophie Baker (una garbata Emma Stone). Grazia e delizia a ritmo di jazz sono garantite, ma la vicenda è un po’ fiacca, con poche battute memorabili e la consueta contrapposizione tipica in Woody Allen tra la fredda razionalità laica e l’illusoria immaginazione romantica. Pollice su, invece, per quanto riguardo il côté tecnico, soprattutto la calda fotografia di Darius Khondji e i bei costumi di Sonia Grande.

Addio al linguaggio, inedita esperienza sensoriale del grande innovatore Jean-Luc Godard

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Più che un semplice film-saggio, lo sperimentale “Addio al linguaggio” di Jean-Luc Godard è un’inedita esperienza sensoriale. Il grande maestro francese, 84 anni l’altro ieri, alla sua opera numero 39 e per la prima volta alle prese col 3D, destruttura il concetto stesso di narrazione con un sofisticato puzzle concettuale alla Perec, assemblando immagini video e idee, più o meno affascinanti, con assoluta libertà. Getta inoltre le basi di un nuovo modo d’intendere la tridimensionalità, con una specie di dissolvenza incrociata soggettiva in due scene: se lo spettatore chiude un occhio vede un’inquadratura e se chiude l’altro ne osserva una diversa. E così può crearsi una sorta di montaggio personalizzato. Poi, in un flusso ininterrotto e magmatico, vediamo due amanti in crisi, il loro cane errante in campagna, scritte sovrapposte (Ah-Dieu/Oh-Language), citazioni letterarie e filosofiche, alto e basso, Natura e Metafora, la verità matematica e la morte di un pettirosso, lei nuda che scende le scale, lui che peta sonoramente sul water. Suggestioni intellettuali, provocazioni discutibili, un’inesausta ricerca dell’innovazione cinematografica. Questo è Godard, prendere o lasciare. Premio della Giuria a Cannes ex-aequo con Mommy di Xavier Dolan (vedere sopra).

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