COCA, TRANS E ROCK

di

Mitchell al To-Film festival : "Farò un film hard"

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Prima giornata al Torino Film Festival e almeno due chicche filogay: il primissimo film di Abel Ferrara, ‘Can this be love’, un corto di 28 minuti mai proiettato ‘se non sui muri dei garage’ come ha giurato il regista presente in sala.

Due ragazze legatissime, una pittrice e la sua modella, decidono di organizzare una serata diversa, pagano una prostituta per un triangolo, danno vita a un party in cui abbondano alcool e coca, conoscono meglio gli invitati che si lasciano andare a intime confidenze. Si respira un’aria di libertà, di voglia di fare, di verità che ricreano perfettamente l’atmosfera creativa anni ’70 in cui è stato girato il corto e già si delineano alcuni temi cari al regista (la dipendenza dalla droga, la forza dei legami famigliari, il bisogno di moralità). E in apertura si è visto il suo nuovo film, ‘R-Xmas‘ (Il nostro Natale) – un po’ deludente, con finale incerto e raffazzonato – in cui una famigliola per bene con figlia adorata spaccia droga con la stessa naturalezza con cui cerca le bambole regalo per la bimba.

Altro evento la prima italiana di ‘Hedwig – la diva con qualcosa in più‘ (ma il titolo originale è ‘Hedwig e il pollice arrabbiato’), film/concerto pieno di rock trascinante e vitale (si può persino fare il karaoke col refrain di un pezzo), costumi originali e coloratissimi,

inframmezzato da fumetti stilizzati e con titoli di testa essenziali e pop, recitato molto bene (il chitarrista della band è tra l’altro interpretato da una donna ma non si nota), dal ritmo forse un po’ debole nella parte centrale.

E a dir la verità alla proiezione pomeridiana è stato accolto abbastanza freddamente dal pubblico (che il travestitismo sia un tema abusato che non sorprende più molto?). Il disagio del protagonista, scisso tra maschio e femmina, libertà e costrizione, filtrati dalla simbologia evidente del muro di Berlino, con padre molestatore e amante nero americano (come ne ‘Il matrimonio di Maria Braun’ di Fassbinder), divenuto celebre perché amante di un ragazzino rockstar che ha ‘coltivato’ lui stesso, è reso in modo struggente e divertito insieme e il regista è più interessato a creare un’atmosfera evocativa (come in un concerto, uno show) più che a sviluppare una sceneggiatura narrativamente compiuta.

John Cameron Mitchell, truccato e irriverente Hedwig sullo schermo, dal vivo è irriconoscibile: sembra un collegiale timido e beneducato, magro e minuto, arriva in conferenza stampa con jeans, golfino nero e giubbotto di pelle. Risponde con quieta e rilassata discrezione.

"Ho impiegato sette anni a scrivere il personaggio di Hedwig, l’abbiamo poi portato per quattro anni in club rock e pub, nel frattempo ho lavorato molto in televisione, pubblicità, teatro. Ora sono un po’ stanco del personaggio. Sono gay dichiarato da sempre".

Ha vissuto in Europa, anche in Germania (come Hedwig bambino) e inizialmente voleva affidare il ruolo del protagonista all’attore che interpreta l’amante Tommy. Come riferimenti iconografici del film sfodera un profluvio di nomi: Iggy Pop, Chrissy Hynde, Nina Hagen, Gena Rowlands, David Bowie, Deborah Harry, Marlene.

Si è confrontato come regista con i film gay sul travestitismo?

"Sono stati fatti molti film superficiali sull’argomento. Io volevo andare in profondità, parlare di una persona reale"

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Qual è il suo film gay preferito?

"Quelli di Pasolini. Adoro il modo in cui sperimentava le forme, è un esempio di coraggio come artista e come essere umano. Ma la propensione sessuale di per sè è qualcosa di noioso. Quello che fai attraverso di essa, invece, può essere interessante. Ho due progetti: una storia con bambini, un classico inglese, e un film con molto sesso. Sto cercando attori che sappiano fare veri blowjob all’americana, più completi di quelli ‘alla francese’. Qualcuno è interessato?"

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