L’amore è sempre contro natura: perché dobbiamo imparare a immaginare le famiglie non tradizionali

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Il protagonista de Il padre d'Italia, il nuovo film di Fabio Mollo, si chiede: essere gay e genitori è davvero sbagliato?

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Ne Il padre d’Italia, l’ultimo film di Fabio Mollo, il protagonista, Paolo (Luca Marinelli), omosessuale poco a suo agio nel mondo, sente di non potersi permettere una famiglia. Invece Mia (Isabella Ragonese), la giovane che Paolo trova all’improvviso sulla sua strada, sta per diventare madre, è incinta, ma non accoglie esattamente con gioia l’imminente lieto evento. La potente storia raccontata dal film mette in scena con gusto e delicatezza il disallineamento tra possibilità biologica e desiderio di maternità/paternità. Il film mette in discussione la retorica del determinismo biologico e relazioni: l’istinto materno e quello paterno, ci mostra il film di Mollo, appartengono alla personalità e alla storia di ognuno. Non al corpo o ai genitali.

La famiglia naturale di Paolo ha prodotto un dramma, è il grande vuoto su cui la vita sospesa del giovane gravita; la figlia che Mia aspetta è arrivata in modo “naturale” ma rischia di non avere una famiglia. Mia è incinta ma non vuole essere madre, non ci riesce. Ha troppa fretta, il mondo la chiama con troppa insistenza. Ma in questo suo rifiuto verso la bambina che ha nella pancia trasmette a Paolo la sensazione che le cose possano andare diversamente, che limiti e confini siano attraversabili, relativi.

La Natura – possibilmente con la N maiuscola – è un grande dispositivo protettivo che i più invocano per mettere a tacere le scomodità del reale. Esprime il nostro primitivo, originario bisogno di controllo, il bisogno di pensare che le cose stiano in un modo, e in uno soltanto. Si dice “contro natura” ma si intende “contro la tradizione”, contro l’abitudine. In questo senso la polarità è tra il bisogno di controllo e l’immaginazione, che è la facoltà di mettersi in contatto col nuovo, con le possibilità altre. L’immaginazione espone all’imprevisto e all’inaudito, porta sulle strade non ancora battute, smuove il terreno, apre passaggi nella trama degli usi e dei costumi. Nel grande e ormai abituale dibattito sulla famiglia e l’omogenitorialità si rileva chiara una tensione. Una tensione che nasce dalla resistenza che lo scenario tradizionale coi suoi sostenitori oppone al nuovo immaginario affettivo e relazionale che preme per emergere, che chiede spazio e legittimazione pubblica. È soprattutto uno scontro tra immaginari. Riguarda l’effetto che le cose ci fanno.

La natura è un limite, la natura fissa dei limiti – sentiamo dire. È bizzarro: perché mai si ritiene che la natura possa essere manipolabile, rinnegabile, dirottabile di fatto quasi sempre tranne che in certi casi specifici, come quello della genitorialità? Tutta la nostra società è fondata sull’intervento attivo e radicale sul dato di natura. La tecnologica, la medicina, la giurisprudenza, la morale… Tutta la civilizzazione e la cultura e il diritto intervengono per rendere possibile qualche cosa d’altro dall’ordine “naturale”. In natura, ad esempio, il forte prevale sul debole. La femmina è presa e violata, i vecchi restano indietro, i deboli sono i primi a essere divorati dai predatori, quel che può succedere succede. La natura non è il regno del giusto, non protegge l’uomo, i suoi legami, la sua dignità. L’appello ai limiti naturali è retorico, vi si ricorre soprattutto per evitare di riconoscere la nostra libertà.

Che la libertà faccia paura non è certo una constatazione originale: i pregiudizi rassicurano, i ruoli delimitano il campo, confortano. Danno l’illusione di una direzione definita. Da A a B. Linea retta. E questo conforto ipnotizza a volte anche chi subisce i pregiudizi. Gli stessi soggetti che vivono sulla propria pelle i condizionamenti e le discriminazioni condividono spesso quegli stessi pregiudizi: li interiorizzano, imparano a pensare a se stessi secondo le categorie e le interpretazioni della maggioranza. È il caso degli omosessuali, ma anche ad esempio delle donne, ostacolate nel loro processo di emancipazione dallo sguardo maschile che loro stesse hanno sedimentato ed è diventato ormai una seconda natura.

Dicevamo che i pregiudizi rassicurano, danno il senso di una direzione lineare. Ma l’amore mica va solo dritto. Devia, curva, torna indietro, scavalca, passa al di sotto. Le femministe contrarie alla gestazione per altri (GPA) di fatto assumono, in questo senso, posizioni antiprogressiste e reazionarie: reagiscono irrigidendosi all’idea di un’apertura di nuove aree delle emozioni, dell’immaginazione. Non si limitano a rifiutare lo sfruttamento economico della donna: allargando il raggio della loro critica esse rifiutano a prescindere di pensare ai nuovi modi in cui la libertà e le relazioni possono mettersi in circolo.

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Perché alla fine il punto è che non ci basta affatto “decidere per noi”: abbiamo bisogno di estendere anche agli altri le nostre regole e il nostro bisogno di limiti. Nessuno vuole “farsi i fatti propri”, perché una regola che vale solo per me non risulta abbastanza forte da mettermi al riparo dallo strapiombo della libertà. Per questo vogliamo che tutti facciano come noi, che quella pratica che a noi non interessa o inquieta sia proibita del tutto, che quella scelta sia inaccessibile anche agli altri.

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