Dieci motivi per vedere Il padre d’Italia, la sorpresa del cinema queer italiano

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Gli occhi di Luca Marinelli sono un buon motivo, ma non l'unico.

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Esce domani l’atteso film di Fabio Mollo Il padre d’Italia, noi abbiamo voluto elencare 10 motivi per i quali vale davvero la pena andarlo a vedere.

  1. La bravura di Luca Marinelli: il tormentato Paolo, gay spaventato all’idea di una possibile paternità, è l’ulteriore conferma della capacità dell’attore di essere a proprio agio in ruoli queer, dopo l’interpretazione della trans Roberta nel dimenticato L’ultimo terrestre di Gipi. Sarà quello sguardo di zaffiro, sarà la sensibilità nell’abitare con anima e corpo i personaggi, sarà quella speciale confidenza con la macchina da presa: in ogni caso uno dei più interessanti attori italiani sulla piazza.
  2. La capacità di Isabella Ragonese nel calarsi con credibilità in un personaggio difficile, non empatico, a rischio di stereotipo: la ragazza scapestrata e inaffidabile, senza bussola e persino incinta. La sua Mia, irresponsabile ma libera, non si dimentica in fretta.
  3. L’originalità: non è il classico film gay totalmente incentrato sull’omosessualità più o meno accettata. Si parla dell’essere orfani, di paternità, di responsabilità genitoriale, di rapporti familiari, di precarietà lavorativa. Temi complessi affrontati con ammirevole scorrevolezza di scrittura.
  4. Perché è un road movie atipico, che attraversa l’Italia immergendosi nelle contraddizioni del nostro Paese, da nord a sud, da Torino a Roma, per scendere a Napoli e poi ancora più giù, in quell’alveo materno di Mia che si chiama Bagnara Calabra. Un’Italia inedita, per nulla cartolinesca, di autostrade e cemento. I due protagonisti viaggiano tanto: ma si può fuggire da se stessi?
  5. Per la scena provocatoria del sex club gay dove l’apparizione di Mia con tanto di giubbotto ‘mariano’ ha qualcosa di miracoloso: che ci fa lì? E che cosa rappresenta per Paolo? Un’intelligente idea di sceneggiatura che fa riflettere.
  6. Per il talento del regista Fabio Mollo, alla sua opera seconda, dopo il folgorante esordio Il sud è niente. La sua macchina da presa accarezza i personaggi, ne coglie le sfumature ma non è mai invadente.
  7. Amanti di Loredana Bertè, accorrete! La vostra beniamina si fa sentire forte, attraverso il tocco vintage di quelle musicassette ormai dimenticate che hanno fatto la colonna sonora dell’infanzia di Mia. E non a caso Mia si chiama così (Mia Martini è anche una delle cantanti preferite del regista).
  8. Per il ruolo secondario ma intenso di Anna Ferruzzo, già bravissima in Anime Nere ma piuttosto sottoutilizzata nel cinema italiano. Lei è la mamma addolorata di Mia, incapace di comprendere e aiutare quella figlia così ‘diversa’, così selvaggia, non addomesticabile. La Ferruzzo vibra di emozioni autentiche che conquistano lo spettatore. Chapeau.
  9. Per quell’inquadratura magica di Mia in avanzato stato di gravidanza, completamente nuda, dietro la tenda semitrasparente. E dire che la Ragonese non era realmente incinta, quindi il trucco è pure venuto benissimo. Eterea e sospesa, la quintessenza della dolcezza materna.
  10. Per il finale commovente – sì, ci è scappata la lacrimuccia – che dà un senso profondo all’intero film e scuoterà profondamente chi è ancora convinto che un omosessuale non possa essere un buon padre.

  

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