Dominot illumina lo strip club di ‘Go go tales’

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Tra le chiassose lap-dancers del nuovo, spiazzante film di Abel Ferrara, ecco un momento di silenziosa magia: è Dominot, il celebre travestito de 'La Dolce Vita', nel toccante...

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Che bella sorpresa rivedere il leggendario Dominot – calvo, scavato, quasi un alieno – in un piccolo cameo di mimo nel nuovo, deviante film di Abel Ferrara ‘Go go tales’. Tra le strippers seminude del ‘Paradise’, night club specializzato in spogliarelli coreografati, a rischio chiusura per mancanza di fondi, ecco comparire, a fianco di un’esile lap dancer, il volto sbiancato del celebre travestito de ‘La dolce vita’. Quasi una piccola luna grinzosa, due perline luminose a indagare inquiete oltre il palco, un’espressività calibrata tra Marceau e Decroux. È uno dei momenti più riusciti di un discreto divertissement che, pur rimanendo un Ferrara indiscutibilmente minore (dov’è il suo cinema morale? È forse questa l’”etica della carne”? ), ha sprazzi di grande regia da non sottovalutare. 

Ferrara ha ricreato credibilmente a Cinecittà uno strip-club di Downtown Manhattan dopo aver ricevuto lo sfratto dal set newyorchese – curiosamente come nel film – dove si agita una fauna eterogenea sull’orlo di una crisi di nervi: l’impresario Ray Ruby (Willem Defoe, ogni ruga un canyon: una maschera da uomo vissuto sempre eccellente) si affida a un sistema del lotto per cercare di rimediare al collasso economico del locale visto che il fratello Johnnie (un redivivo Matthew Modine), parrucchiere metrosexual con fedele cagnolino sempre al seguito, gli ha tagliato i pingui finanziamenti e la rissosa padrona di casa, Lilian (una strepitosa Sylvia Miles sboccata come non mai) pretende gli affitti arretrati minacciando di cedere ad altri l’utilizzo del locale. Anche le ragazze che ci lavorano sono sul piede di guerra perché non pagate da tempo immemorabile: nel pigolante gineceo spiccano Stefania Rocca alias Debby, una spogliarellista che si fa foraggiare da un cliente facoltoso (un irriconoscibile Andy Luotto) e Asia Argento nella parte dell’irosa Monroe, lap dancer fetish di pelle (s)vestita che si esibisce con un rottweiler in scena – il tanto chiacchierato giro di lingua con l’animale morto due mesi dopo le riprese non ha nulla di erotico/trasgressivo – e si concede seminuda all’infoiato Johnny. 

Tra le svirgolate camp, anche una Romina Power starnazzante che presenta in tv le estrazioni del lotto. La versione italiana snatura un po’ le interpretazioni degli attori – quando vedemmo ‘Go go tales’ fuori concorso a Cannes 2007 apprezzammo in modo particolare l’americano biascicato dell’originale – molti dei quali si doppiano malamente (Justine Mattera sembra Heather Parisi più del solito). Alcuni ruoli sembrano abbastanza incongrui e imposti dalla produzione, quali l’estemporanea apparizione, insieme a due orientali, di Scamarcio nelle vesti di un dottore che sorprende la mogliettina – la top model Bianca Balti all’esordio cinematografico – sul bollente palco del ‘Paradise’.

Venato di malinconia, un po’ pasticciato, adorante nei confronti del corpo femminile esplorato con malizia mai volgare, a tratti gira a vuoto ma una sua anima nostalgica ce l’ha, e si lascia vedere. I puristi ferrariani grideranno allo scandalo, sostenendo che non sembra neanche un film fatto dal loro idolo. Ma l’incasellabile Ferrara vive di contraddizioni, e per l’ennesima volta è riuscito a spiazzare il suo pubblico.

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