Donne in amore sugli schermi del Migay

di

Il desiderio di un figlio è al centro dell’onesto dramma minimalista 'Senza fine' del giovane Roberto Cuzzillo. In 'Vivere', melò asprigno della Maccarone, il caso cambia la vita...

823 0

Dopo il successo internazionale di vari film saffici capaci di varcare i confini del proprio Paese (‘Diario di uno scandalo’, ‘Quattro minuti’, ‘La pianista’), non è azzardato parlare di ‘lesbian renaissance’. Ed è significativo che a dirigere questi intriganti ‘affari di donne’, un tempo territorio quasi esclusivo di registe indipendenti, siano maschi: un punto di vista diverso che in questi casi ha contribuito a dare respiro, forza e introspezione a storie stimolanti che evitano la retorica o il déjà vu.

Nel suo piccolo, anche per l’unico film italiano presentato in concorso al Migay, il dramma minimalista ‘Senza fine’, si può fare un discorso simile: innanzitutto è diretto da un uomo, il regista torinese venticinquenne Roberto Cuzzillo all’esordio nel lungometraggio, e affronta con un pudore e una sensibilità niente affatto scontati il tema quanto mai attuale della fecondazione artificiale. 

«La mia idea di affrontare il delicato tema dell’inseminazione artificiale eterologa nasce nel 2005, dopo aver letto la storia di due donne torinesi» spiega il regista. «L’articolo 4 della legge 40/2004 cita che possono accedere alle tecniche di procreazione medicalmente assistita coppie di maggiorenni di sesso diverso, coniugate o conviventi, in età potenzialmente fertile, entrambi viventi. Questa storia mi ha affascinato e spinto ad approfondire questa tematica, svolgendo diverse ricerche fino a creare i personaggi e la sceneggiatura. Il film vuole raccontare una piccola storia reale sull’incomunicabilità che si crea anche in un rapporto affettivo solido. In entrambi i personaggi emergono lati negativi ma pur sempre umani, quali l’egoismo o l’orgoglio; ho voluto trattare una tematica molto delicata come il desiderio di avere un figlio tra due genitori omosessuali. Questo non vuole essere un film politico che critica la situazione italiana, intende solo raccontare una storia d’amore in un contesto attuale: i personaggi vivono il loro amore con semplicità e naturalezza, non si parla di pregiudizi». 

Le protagoniste di ‘Senza fine’, infatti, sono due ragazze conviventi, una bionda e una bruna, Chiara e Giulia (Irene Ivaldi e Cristina Serafini, assai espressive), costrette ad andare in Olanda per avere un bambino, ma in profonda crisi quando a una di loro viene diagnosticato un cancro al seno.

Lavorando di sottrazione con dialoghi e intreccio narrativo ridotti all’osso, concentrandosi sui volti delle protagoniste attraverso serrati primi piani, Cuzzillo indaga la quotidianità di una coppia al femminile incrinata dal terrore di rivelare e affrontare insieme una malattia improvvisa. Con pochi tratti essenziali vengono connotati anche i personaggi secondari tra cui spiccano la dottoressa burbera che annuncia il tumore maligno e la mamma dubbiosa riguardo alla decisione di crescere un bambino senza una figura paterna: “I tempi cambiano ma i pregiudizi restano!”. Non manca un cameo ‘alleggerente’ di una solare Margherita Fumero, attrice cara a Erminio Macario che qualcuno ricorderà come spalla televisiva di Enrico Beruschi. 

Nonostante alcuni tempi morti e semplificazioni eccessive (le ragazze sembrano non avere una vita sociale e Torino è praticamente uno sfondo da cartolina), il progetto di Cuzzillo, prodotto dall’Associazione Enzimistudio col sostegno del ‘Programma Gioventù’ della Comunità Europea e la collaborazione della Film Commission Torino Piemonte, è un tentativo quanto mai onesto e degno del necessario rispetto di affrontare tematiche complesse e importanti.

Ha un titolo italiano, ma è una coproduzione tedesca e olandese ambientata a Rotterdam, l’asprigno e un po’ respingente melò ‘Vivere’ di Angelica Maccarone, già autrice del premiato ‘Unveiled’. Attraverso una serie di lunghi flashback che si intrecciano da tre punti di vista diversi, si racconta del rapporto tra una tassista di origini italiane, Francesca, l’inquieta sorella adolescente Antonietta e una terza donna, la cinquantenne Gerlinde che viene soccorsa da Francesca alla vigilia di Natale dopo un incidente d’auto causato dal fidanzato di Antonietta, un rockettaro hippy in fuga dalle proprie responsabilità. L’incontro con Gerlinde, traumatizzata da un fallimento sentimentale, turba profondamente Francesca che nel frattempo è alla ricerca della sorella fuggita col musicista dopo aver scoperto di essere incinta di lui. Girato con professionalità e interpretato correttamente, ‘Vivere’ è però un po’ faticoso, trascinato, non molto plausibile nella svolta kieslowskiana dell’incidente. Comunque, si può vedere.

Leggi   Colton Haynes contro l'omofobia di Hollywood: "Ruoli da macho? Ci scartano a priori"
Tutti gli articoli su:

Commenta l'articolo...