FASCINOSI E MATURI

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Chi considera troppo "agé" Sean Connery? Ma anche Clint Eastwood e Paul Newman confermato la loro sensualità passati i sessanta. Carrellata sui divi che invecchiano senza perderci. Anzi.

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E il cinema creò i sessantenni. Mai come oggi Hollywood si schiera dalla parte delle ‘vecchie glorie’: i più grandi attori americani varcano (spesso elegantemente) la soglia dei sessanta/settanta e le major si scervellano per cucir loro addosso ruoli adeguati che non li facciano sfigurare, anzi, riescano persino a farli apparire sexy (Sean Connery docet).

Insomma, è l’ora dei film made in (mat)Usa: Al Pacino, all’alba di sessantadue fulgide primavere, non teme di mostrare le sue sfacciate zampe di gallina nel futuristico ‘S1m0ne’ in cui è un regista in crisi che, grazie alla complicità di un software fornitogli da uno scienziato cieco, si crea una star virtuale perfetta, il cui nome è semplicemente la contrazione di Sim-ulation One, calibrata miscela di dive immortali (Loren, Hepburn, Monroe, etc.) che diventa una superstar adorata dalle masse che credono sia reale e ordinariamente bizzosa. Una sorta di cinedemiurgo paterno, il cui fascino per una volta nemmeno troppo gigione sta proprio nel reale, umanissimo volto da sessantenne, senza ‘ruga in fuga’ ma con solco esibito ed espressivo, in contrapposizione all’opacità levigata della star digitale (che però è una modella reale, Rachel Roberts, che la produzione ha tentato inutilmente di far credere inesistente).

E che dire dell’ormai settantadueenne Clint Eastwood che nel classico ‘Debito di sangue’ mostra petto imbiancato e cadente, non cela fiato corto e vari acciacchi, addirittura il cuore trapiantato di una donna di cui cerca l’assassino (forse il massimo omaggio nella sua filmografia al grande amore e rispetto per il sesso femminile). E forse mai era stato così sexy, così glamour nel suo eroismo senza tempo da cowboy metropolitano, finalmente consapevole della sua umanità e caducità, teneramente e dolcemente succube dei controlli materni di una sensibile Angelica Huston nei panni della cardiologa nonché grande amore della sua vita.

Mentre attendiamo il veterano Paul Newman (77 anni!) più in forma che mai nelle vesti di un influente padrino nel gangster movie ‘Era mio padre’ del regista di ‘American Beauty’ Sam Mendes, possiamo già apprezzare il carisma agé del bravissimo sessantunenne Sergei Dreiden in uno dei film più autoriali ed estremi prodotti ultimamente, il magnifico e virtuosistico ‘Arca russa’ del grande Aleksandr Sokurov, fluido piano sequenza di 90 minuti (in pratica una sola, lunghissima inquadratura) che ripercorre duecento anni di storia russa attraverso un ipnotico viaggio tra le sale dello splendido museo Hermitage di San Pietroburgo con sfolgorante, visconteo ballo finale di circa duemila comparse. Il baffuto regista cinquantunenne, autore dei bellissimi ‘Madre e figlio’ e ‘Moloch’, uno dei massimi registi russi contemporanei, ha ritagliato in ‘Arca Russa’ per Dreiden il ruolo di un etereo fantasma che fa da guida a un ipotetico visitatore che è poi lo spettatore stesso, magnetico nella sua espressione vitrea con boccolo bianco, una specie di monumento vivente all’imperturbabilità tutta sovietica ai mutamenti della Storia.

Sempre in tema di old fashion cinematografica, il premio per la coppia più bella (ignorata fastidiosamente a Venezia) va al duetto Jean Rochefort e Johnny Halliday, coetano di Eastwood il primo e orgoglioso sessantanovenne il secondo, fieri protagonisti del polar crepuscolare ‘L’uomo del treno’ del francese Patrice Leconte, in cui interpretano due signori in età, un criminale pronto al colpo in banca e un pantofolaro amante dei puzzle che si scambiano le loro vite per dare un senso terminale alle medesime. E non hanno il pudore di nascondere i loro malanni, tant’è che si incontrano e si conoscono proprio in una farmacia. Un quieto e rassegnato omaggio alla terza età con echi gialli alla Simenon, una perla di saggezza da un autore sottovalutato come Leconte (il suo ‘Insolito caso di Mr. Hide’ con Michel Blanc e Sandrine Bonnaire era un capolavoro di perfidia).

All’appello delle star senescenti manca solo Jack Nicholson ma anche lui sta per arrivare da noi nei panni di un pensionato vedovo che tenta di riconciliarsi con la figlia nel film del bravo e indipendente (e filogay) Alexander Payne ‘About Schmidt’, passato un po’ in sordina in concorso a Cannes, con una rediviva Kathy Bates, coloratissima, provincialotta mattatrice.

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Quel che manca a tutt’oggi al cinema è forse la rappresentazione sul grande schermo del sess-o dei sess-ant’anni, e solo un pazzo genialoide come l’austriaco Ulrich Seidl poteva mostrarlo senza reticenze nelle sue ammucchiate adipose in ‘Canicola’.

Ma per Hollywood è già un tabù a vent’anni, figuriamoci a quell’età.

E anche per il terzo sesso, inevitabilmente, diventa invisibile anche la terza età.

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