FEBBRE D’ASIA A CANNES

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E' l'oriente la nuova frontiera del cinema sulla Croisette, che da oggi si popola di divi. Attesi Brad Pitt, nudo in Troy, e Tom Hanks. Unico film gay,...

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‘Asia’ è la parola chiave di Cannes 2004. In senso geografico, per i sei film in concorso (uno su tre è orientale), per il Far East sparso nelle varie sezioni (Maggie Cheung in Clean e 2046, Zhang Yimou fuori concorso con La casa dei pugnali volanti, Yang Chao e Kim Eui-Suk nel Certain Regard), per la riscoperta del genere wu-xia pian, il cappa e spada del Sol Levante, anche grazie a Kill Bill 2 di Tarantino presidente di giuria, e l’avvento del cyborg-manga di Mamoru Oshii Innocence, atteso seguito di Ghost in the Shell.

Ma ‘Asia’ anche in senso anagrafico, poiché Asia Argento presenterà alla Quinzaine la sua opera seconda Ingannevole è il cuore più di ogni cosa tratta dall’omonimo romanzo di quel caso letterario che è il ventitreenne americano J.T. Leroy. Cast da grande occasione: Winona Ryder, Peter Fonda, Michael Pitt, Marilyn Manson, Ornella Muti e la stessa Asia nei panni della prostituta tossicodipendente Sarah madre del piccolo Jeremiah sballottato qua e là per gli States. Riuscirà la Argento a rendere sullo schermo la scrittura serrata e disincantata di Leroy, idolatrato da testate prestigiose e persino da Bono degli U2? Vedremo.

Ma andiamo con ordine: ad aprire i giochi stasera c’è il nuovo, gayissimo Almodóvar, La mala educación, annunciato come La legge del desiderio in versione noir. Preti pedofili, un complicato intrigo di sesso, scambi di persona e omicidi, due collegiali che si ritrovano quindici anni dopo rifioriti nelle pelli di un travestito e di un regista gay. In Italia lo vedremo a ottobre distribuito dalla Warner Bros. Ben tre ruoli per l’emergente Gael Garcia Bernal che il Festival vuole consacrare proprio qui dove vestirà anche i panni di un Che Guevara a zonzo per l’America Latina con Alberto Granado ne I diari della motocicletta di Walter Salles.

L’unico film gay in concorso è nella sestina orientale: Tropical Malady di Apichatpong Weerasethakul, primo film thailandese in competizione della storia del Festival. Misterioso dramma venato d’horror coprodotto dalla Fabrica di Marco Muller e ambientato nella giungla del Nord Est della Thailandia, racconta la storia d’amore tra un giovane soldato, Keng, e un ragazzo di campagna, Tong, con cui trascorre serene giornate tra partite di calcio e affettuosi ritrovi nella famiglia di Tong.

Improvvisamente, quando alcune vacche vengono sgozzate da un animale selvaggio, Tong sparisce. Keng se ne va da solo nella giungla tropicale a cercarlo: una leggenda locale parla di arcane trasformazioni di uomini in tigri e altre bestie feroci. A detta del regista «un canto d’amore e oscurità che traduce un’attrazione per i paesaggi vergini e i misteri».

Due registi arabi gay presentano due film epico-storici: le quattro ore e mezza di La porta del sole firmato da Yousry Nasrallah ripercorrono la storia dei profughi palestinesi cacciati dalle loro terre nel 1948 (protagonista Béatrice Dalle); Youssef Chahine con Alexandrie-New York conclude la sua tetralogia autobiografica raccontando di amori giovanili bisex in California. Chi si trova sulla Croisette giovedì 13 non si perda la prima Montée des Marches di Brad Pitt, valoroso Achille nel neo-peplum di Wolfgang Petersen Troy in uscita anche da noi. Tre scene di nudo per la superstar, unica a spogliarsi nel kolossal epico da 200 milioni di dollari: «Ha il corpo di un dio greco e dovevo farlo vedere» ha dichiarato il regista.

In chiusura ecco un Cole Porter di cui finalmente si può rivelare l’omosessualità nel musicale De-lovely di Irwin Winkler con Kevin Kline, Ashley Judd e camei canterini di Robbie Williams e Alanis Morrisette. Imperdibile l’omaggio fuori concorso al grande regista gay Sergej Paradjanov Je suis mort dans l’enfance (Sono morto nell’infanzia) del quasi omonimo Georgiy, con scene inedite dai set e dalla vita del regista armeno di nascita e georgiano d’adozione. Sarà possibile vedere l’unica scena girata del suo film incompiuto La confessione, la ripresa del funerale della figlia del vicino. Fibrillazione anche per il ritorno di Paul Vecchiali (autore del cult gay Once more. Ancora) con A vot’bon coeur visibile alla Quinzaine.

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Trend annunciati: il ritorno dei generi, dal documentario (sicuramente esplosivo l’anti-Bush Fahrenheit 9/11 di Michael Moore, bloccato dalla Disney) al biopic, dall’horror ai film d’animazione. Molti film con giovani, sui giovani, per i giovani.

Già in odor di Palma l’attesissimo 2046 di Wong-Kar Wai, melò futurista che parte da In the mood for love (il numero del titolo è quello della stanza dove si incontravano Maggie Cheung e Tony Leung) per sviluppare una storia di fantascienza nata dalla fantasia del protagonista maschile che, tornato a Hong Kong nel 1967, cerca la sua amante platonica ma non la trova e si mette a scrivere. Si dice un gran bene anche dell’argentino La niña santa di Lucrecia Martel, autrice di quel malatissimo La cienaga che l’aveva annoverata tra i critici come una rivelazione da coccolare. Qui mescola misticismo cattolico, ricatti sessuali e adolescenti illuminate da divine missioni di conversione. Vedremo in smoking al Palais anche Tom Hanks, interprete di The Ladykillers dei Coen, sulfureo remake de La signora omicidi, film del ’55 di Alexander Mackendrick con Alec Guinness e Peter Sellers.

Sulla carta un listino molto autoriale in cui si può leggere l’imprinting del direttore artistico Thierry Frémaux (che pare abbia litigato non poco col presidentissimo Gilles Jacob), bisognoso di consensi internazionali dopo le figuracce per la brutta edizione dell’anno scorso. Di italiano in concorso c’è solo Le conseguenze dell’amore di Paolo Sorrentino con Toni Servillo, Adriano Giannini e Olivia Magnani, nipote di Anna, e poca roba nelle altre sezioni tra cui Non ti muovere di Sergio Castellitto nel Certain Regard. Ma non illudiamoci, qui il nostro cinema è considerato del terzo mondo.

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