Festival di Berlino, premiata l’america latina

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Un film messicano d'autore di 191 minuti, "Rabioso sol, rabioso cielo" di Julián Hernández, vince il Teddy Award. Orso d'Oro al peruviano "La teta asustada" di Claudia Llosa....

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Al 59esimo Festival di Berlino vince l’autorialità pura, lo sperimentalismo, la commistione dei generi cinematografici. Il Teddy Award 2009 è all’insegna della cinefilia più radicale. Trionfa quasi all’unanimità (7 voti su 8) un film messicano di tre ore e 11 minuti, Rabioso sol, rabioso cielo di Julián Hernández, lirica contemplazione dell’amore tra due giovani, Kieri e Ryo, uno dei quali viene improvvisamente rapito. La motivazione parla di "magistrale fotografia e uso visionario di suono e colore". È stato scelto anche per "le sue esplorazioni di amore, desiderio e sessualità in un’intelaiatura di antica mitologia, giustapposta alla moderna urbanità". Lo vedremo ad aprile al Togay.

Tra i documentari ha prevalso il canadese Fig Trees (Gli alberi da fico) di John Greyson che "col suo stile tipicamente provocatorio, spezza le barriere convenzionali per reinventare il documentario. Integrando storie personali con un’accusa ai governi e alle compagnie farmaceutiche, Fig Trees espande il discorso e l’attivismo sull’AIDS dai problemi locali alla collaborazione globale".

La Fondazione dei Teddy Award ha poi assegnato due premi speciali a John Hurt per la sua performance in An Englishmen in New York dove interpreta Quentin Crisp e uno a Joe Dallesandro come icona gay e star underground. Il premio destinato ai cortometraggi è andato infine a A Horse Is Not A Metaphor di Barbara Hammer . «Ci ha colpito perché racconta la sua toccante esperienza personale» ci spiega il giurato Cosimo Santoro, programmatore del Togay. «Un cancro alle ovaie da cui, per fortuna sta guarendo. La Hammer è un’autrice storica di opere glbt». «Purtroppo la qualità dei film era bassa» continua Santoro. «Abbiamo dovuto fare un po’ di fatica per individuare titoli che ci convincessero appieno. Comunque abbiamo lavorato di comune accordo, c’è stata pressoché totale concordanza di gusti e indicazioni rispetto ai film vincitori. Solo un giurato su otto era sempre contrario ma non posso dirti chi fosse. Dopo sette ore di riunione abbiamo premiato tre film sperimentali per sottolineare una linea di commistione intergenere che rientra nell’evoluzione del linguaggio cinematografico queer. Il film vincitore di Hernandez è un film narrativo ma privilegia l’aspetto stilistico. La sceneggiatura è quanto mai sfilacciata, per la sua durata che supera le tre ore è difficile tenere le redini ma comunque spiccava per qualità estetiche. Insomma, abbiamo scelto i meno peggio. Due dei film più lanciati dalla Berlinale, Pedro e Strella, si sono rivelati due fiaschi. Rage di Sally Potter con Jude Law travestito era più adatto a una videoinstallazione che ad essere proiettato sugli schermi della Berlinale. Ci siamo posti dei dubbi solo per Queer Sarajevo Festival 2008 (di Masa Hilcisin e Cazim Dervisevic, ndr) perché una delle giurate, Emina Trumic, è organizzatrice del festival da cui è prodotto. È comunque finito nella terna dei finalisti anche se lei non ha espresso alcuna opinione sui documentari. I titoli più importanti saranno al prossimo Da Sodoma a Hollywood

Anche l’Orso d’Oro ha privilegiato l’America Latina: ha stravolto le previsioni la vittoria di un piccolo film peruviano, il primo che abbia mai partecipato alla Berlinale, La teta asustada di Claudia Llosa (letteralmente La mammella impaurita ma il titolo internazionale è The Milk of Sorrow, ossia Il latte della pena) su una giovane donna, Fausta, che ha una malattia trasmessa dal latte della madre che era stata violentata durante la gravidanza. Ha fatto scalpore una scena in cui la protagonista, per evitare di essere stuprata, si infila una patata nella vagina ma il suo ginecologo le consiglia di estrarla perché potrebbe pericolosamente germogliare.

Il dramma favorito, la coproduzione franco-anglo-algerina London River di Rachid Bouchareb si è dovuto accontentare del premio al miglior attore, il malese Sotigui Kouyate, mentre tra le attrici è emersa Birgit Minichmayr di Alle Anderen (Tutti gli altri) di Maren Ade, vincitore anche del Gran Premio della Giuria. Pur essendo stata un’edizione di basso profilo, la Berlinale di quest’anno ha ottenuto buoni risultati di pubblico con 270.000 biglietti venduti.

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