GAY PER NECESSITA’

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"L'apparenza inganna" mette tutti d'accordo

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Ecco finalmente una commedia gay che potrebbe far contenti tutti, dai suscettibili (che non sopportano la visione di checche dalle dinamiche centrifughe tutte piume e paillettes) ai militanti (messaggio pro-gay, invito al rispetto, morale contro il pregiudizio): trattasi di ‘L’apparenza inganna‘ di Francis Veber, regista francese che vive a Los Angeles da undici anni già autore dell’esilarante ‘La cena dei cretini’ e specializzato in commedie bonarie e spassose.

Il titolo originale, ‘Le placard’ (l’armadio) era però più sottile e spiazzante, e si riferisce all’espressione ‘uscire dall’armadio’, cioè fare coming out, rivelarsi gay, equivalente dell’inglese ‘getting out the closet’.

François Pignon (nome tipico dell’ingenuotto insignificante nei film di Veber) è un innocuo e riservato contabile di un’azienda di profilattici che si ritrova sull’orlo del suicidio perché rischia il posto, la moglie l’ha mollato e il figlio non lo considera minimamente. Il vicino di casa riesce però a dissuaderlo da insani propositi e gli consiglia uno stratagemma: inviare all’azienda foto che facciano credere ai capi di avere un dipendente gay che non si può cacciare per ‘correttezza politica’ e per timore di ripercussioni sindacali.

L’azienda revoca così il licenziamento e impone ai suoi dipendenti un trattamento di riguardo speciale nei confronti del sottomesso Pignon che trascende in bizzarri equivoci e situzioni altamente comiche: il machissimo e omofobo Santini (un titanico Dépardieu, impagabile quando dà di matto per colpa dell’umile travet), capitano della squadra di rugby aziendale inizia a dimostrare un’anomala simpatia per Pignon e la moglie si insospettisce quando scopre che lo sommerge di regali quali maglioncini rosa confetto e cioccolatini ripieni. Nel frattempo lo stesso Pignon s’invaghisce della signora Bertrand, la collega d’ufficio che avanza qualche lecito sospetto sull’omosessualità del timido impiegato scoprendo che la foto compromettente è in realtà un abile fotomontaggio.

Campione d’incassi in Francia (60 miliardi) dove ha sfruttato abilmente una distribuzione a tappeto favorita dai grandi capitali messi a disposizione dalla fusione dei colossi Gaumont e Pathé, nondimeno buon risultato in Usa (6 milioni di dollari) dove in 39 stati si può ancora essere licenziati per omosessualità, ‘L’apparenza inganna’ è una commedia leggera, leggerissima, con almeno tre punti di forza: non ci sono caricature gay (non c’è in definitiva neanche un vero personaggio gay tranne il vicino che era stato licenziato per lo stesso motivo molti anni prima) e Daniel Auteuil lavora di sottrazione con un’interpretazione molto controllata;

non c’è nessuna concessione al travestitismo e alle battute triviali, abitudine radicata e spesso contestata in molti film francesi gay (da ‘Il Vizietto‘, sceneggiato tra l’altro dello stesso Veber, a ‘Pedale Douce‘); i dialoghi sul pregiudizio e l’ambiguità delle apparenze sono ben calibrati (‘Non hai visto? Guarda come se fosse un piccione!’ ‘Perché? I piccioni sono gay?’).

Scena cult: il figlio che finalmente rivaluta il padre visto in tv su un carro del Gay Pride con tanto di megapreservativo rosa in testa. Dubbio: perché in un film dove l’umorismo non è intellettuale ma nemmeno volgare il manifesto italiano mostra un omino stilizzato che in un bagno pubblico tocca il sedere a un altro?

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