IL CERVELLO PUÒ ATTENDERE

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Ahinoi, torna in azione l'agente 007 con licenza di sedurre. Non mancano esplosioni, ammazzamenti ed effetti speciali. Manca, invece, l'ironia e l'intelligenza. Anche nel cammeo di Madonna.

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40 anni e 20 film dopo il primo film con Sean Connery siamo ancora qui a parlare dell’agente segreto sciupafemmine creato dallo scrittore Ian Fleming negli anni ’50. Che l’evoluzione sia giunta ad un’impasse? Ai posteri l’ardua sentenza; intanto, signore e signori, ecco a voi “007 – La morte può attendere“, certamente non il fiore all’occhiello della serie.

Le danze iniziano nella Corea del Nord, ritratta come una fangosa e plumbea semigiungla evidentemente da napalmizzare: il prode Bond (Pierce Brosnan) viene catturato dai comunisti cattivi che lo torturano per 14 mesi consecutivi mentre gli spettatori hanno anche loro la tortura di doversi sorbire i titoli di testa bondiani più gelidi e stranianti che si ricordino.

Sopravvive, verrebbe da dire purtroppo, ed eccolo arrivare in un lussuoso hotel di prima categoria di Hong Kong vestito di un solo pigiama. Tocco umoristico? Mah… Dalla terra di Sua Maestà la Regina si passa per approdare a Cuba, corrotta e poco affidabile come ogni paese comunista che si rispetti, dove qualcosa di losco si cela dietro una clinica di bellezza affollata in prevalenza di americani ciccioni in attesa di liposuzione. Da notare che i ricchi turisti maschi fumano tutti grossi sigari avana, Bond compreso, e le bellezze locali sono tutte doverosamente ai loro piedi. I tempi del superdollaro saranno forse lontani ma, come detto, nel Bond-mondo il tempo sembra essersi fermato. Dalle acque emerge, rigorosamente al rallentatore, come nelle pubblicità, l’agente zero-zero-tette Jinx (Halle Berry, presto in “X-Men” 1 e 2).

I due sopravvivono ai soliti ammazzamenti ed esplosioni, poi si dividono per ritrovarsi qualche tempo dopo nella gelida Islanda, dove dovranno vedersela col cattivo di turno Gustav Graves (l’attore Toby Stephens, foto). Qui il supermacho-Bond si esibirà nella solita guida spericolata a bordo del suo ultimo giocattolo: la macchina invisibile…

A mio modesto avviso il maggior difetto di questo film e’ il regista, Lee Tamahori. Intendiamoci, Tamahori e’ un ottimo regista: dalla sua nativa Nuova Zelanda anni fa’ ci ha raccontato con grande forza e impatto la storia della perdita di identità dei nativi Maori nel forte “Once were warriors“, un pugno nello stomaco per gli spettatori ma di grande efficacia e spessore. Poi ha lavorato a Hollywood dirigendo Morgan Freeman nel teso thriller “Nella morsa del ragno“. Insomma, un signor regista. Sfortunatamente un regista il cui modo di fare cinema, realisticamente violento e lugubre, fa a pugni con la stupidotta vitalità fumettistica essenziale per affrontare i film della serie James Bond, dove il solito pazzo che cerca di conquistare il mondo e’ messo KO dall’elegante superagente segreto.

Vogliamo forse fare del neorealismo con questa immutabile trama di base? Il copione si ripete puntualmente anche stavolta, e non mancano le battutine ironiche messe in bocca ai personaggi dagli sceneggiatori Neal Purvis e Robert Wade, ma Tamahori gestisce in modo serioso e del tutto fuori registro ogni possibile momento divertente, maneggiando goffamente ogni occasione umoristica. Del resto ha ammesso in varie interviste che era suo intenzione rendere il personaggio più serio, più credibile. Sfortunatamente di credibile c’e’ ben poco nella storia (vedere per credere il finale, a bordo di un aereo che precipita andando letteralmente in pezzi) e l’approccio diciamo realistico e’ quantomeno discutibile.

Il personaggio Bond, definito giustamente da qualcuno come un dinosauro misogino, e’ sopportabile solo se viene proposto in modo autoironico, col tocco della commedia unito ad eccitanti scene d’azione. Qui le ultime non mancano, ma il tocco della commedia e’ tristemente assente ed il risultato sembra voler fare il verso al “XXX” con Vin Diesel. Tra gli attori scintilla la perla nera Halle Berry (foto sotto), bella e brava al punto che la sua Jinx e’ di gran lunga la cosa migliore del film, insieme alle sontuose scenografie di tutta la parte ambientata in Islanda. Torna anche Judi Dench nei panni della poco simpatica M, ma l’attrice sembra molto più a suo agio con trine e cappellini di film in costume come “Shakespeare in love” o il recente “L’importanza di chiamarsi Ernesto“, per quali e’ decisamente perfetta.

Dal punto di vista produttivo il film e’ impeccabile sebbene fastidiosamente infarcito di pubblicità occulta, ma questa non e’ certo una novità. Madonna, oltre a fornire la non certo memorabile canzone dei titoli, appare insaccata in una tutina di cuoio nei panni di improbabile insegnante di fioretto. Anche qui la messa in scena piatta e senza glamour decisa dal regista rende il tutto superfluo e dimenticabile. Bond diretto da Tamahori e’ come un “Victor Victoria” o un “Chicago” affidati ad un regista come Dario Argento. Lo stile conta, certo, ma deve essere quello giusto, in sintonia col film che si deve realizzare, altrimenti il risultato e’ come questo serioso, iperviolento ed irritante baraccone. Il mio consiglio e’ di lasciar perdere e casomai rivedervi, magari in DVD, uno dei vostri vecchi Bond preferiti. Uno di quelli che si prendevano poco sul serio e che facevano anche sorridere.

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