IL CUORE RIBELLE DI ASIA

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La Argento porta sullo schermo il libro cult di J.T. Leroy 'Ingannevole è il cuore più di ogni cosa'. Cast eccezionale per una storia violenta di droga ed...

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E’ la più internazionale delle nostre nuove dive, Asia Argento, antesignana di un modello artistico che unisce aggressività e passione contraddicendo l’immagine di ‘candida e formosa’ che per anni gli stranieri hanno avuto delle star nostrane.

Aura di maledettismo che non guasta (ma il celebre papà Dario ha dichiarato che la figlia “non ama molto il cinema horror”), ruoli-faro con registi cult come Nanni Moretti e Abel Ferrara e un blockbuster con Vin Diesel che le ha dato molta visibilità (XXX) , una copertina internazionale (quella di Rolling Stone) che l’ha consacrata ufficialmente extradiva da esportazione: Asia ha davvero conquistato l’America.

Arriva dopo un anno la sua opera seconda da regista, Ingannevole è il cuore più di ogni cosa, presentato alla Quinzaine di Cannes dove aveva attratto frotte di giovani ammassati fuori dal Noga Hilton per ammirare la star italiana. Un film che nasce da quel caso letterario che è l’omonimo libro di J.T. Leroy, conosciuto da Asia al Festival della Letteratura di Massenzio e con cui ha subito trovato un’importante alchimia creativa, acclamato da critici e superdivi come Tom Waits che ha dichiarato: «Ingannevole è il cuore più di ogni cosa è un libro che ti lascia fulminato come da una scossa elettrica».

Onestamente un po’ sopravvalutato, è un road book violento e disincantato sull’odissea di una prostituta tossicodipendente molto infantile, Sarah (protagonista di un altro libro di Leroy nel film interpretata dalla stessa Asia) e del figlio di quattro anni Jeremiah che vagano per gli States tra parcheggi per camionisti e diners fatiscenti, amanti sciroccati che si fanno da sé la droga in cantina e notti solitarie nel deserto.

L’Argento utilizza uno stile pauperistico da film low-budget che attenua le scene più violente (soprattutto nella parte in cui Jeremiah viene frustato dai parenti fondamentalisti) e i particolari più gore come gli stupri anali con cuciture del sedere in ospedale sostituiti da incubi in cui il bimbo vede due corvacci rossi.

Se la storia si avvita un po’ su se stessa senza interessanti invenzioni narrative, è invece eccezionale il cast che comprende camei seppur brevissimi di superstar del calibro di Wynona Ryder (un’istitutrice che cerca di far superare al bimbo i traumi psicologici dovuti alle sevizie), un irriconoscibile Marilyn Manson senza trucco nei panni del violento amante Jackson, Peter Fonda e Ornella Muti (i nonni iperreligiosi). Memorabile – ma inevitabilmente persa nell’edizione doppiata – la frase della Muti che in un improbabile americano gorgheggia dopo un viaggio faticoso “Its binne e longhe trippe”. Un po’ spiazzante poi il fatto che l’attore protagonista sia interpretato da tre bimbi diversi (Jimmy Bennett e i gemelli Dylan e Cole Sprouse), uno dei quali viene persino travestito da donna da Asia/Sarah con tanto di rossetto lucido e vaporoso baby doll.

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